— oh my marketing!

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marketing guru

Non sto parlando del lancio ufficiale, ma del simpatico “aperitest” organizzato da Marco Camisani Calzolari poche ore fa a Milano.

L’happy hour è stata particolarmente happy perché Marco ha mantenuto la promessa di farci trovare un paio di iPhone da vedere, toccare e perfino provare (in tutte le funzioni meno la telefonia naturalmente).

L’oggetto viene da un altro pianeta, ma questo in fondo me lo aspettavo.

Quello che mi ha veramente emozionato, invece, è stato il mio primo incontro con altri blogger: una dozzina di persone di evidente talento e ricchezza umana, geek simpaticissimi, creativi e imprenditori digitali. Chiacchere, risate, birre e tramezzini, la cameraderie di chi già si conosce e la calorosa accoglienza dei newcomers dell’adci (cioè io). I telefoni sono stati portati da new york – da chi? da un’amica, tra poco è qui – e intanto che arriva ci guardiamo i post audio/video che ha pubblicato da laggiù sul suo blog via telefonino grazie a Speakageline, l’applicazione che permette di pubblicare dal cellulare su tutte le piattaforme blog, un prodotto italiano unico al mondo. Cose così. Sono conquistato.

Non vorrei farmi prendere la mano, ma l’ho detto, mi sono un po’ emozionato perciò mi lascio andare: è stato come un piccolo flash, un fuoriprogramma, un trailer di quello che potrebbe essere una classe dirigente italiana del futuro.

(E non lo dico certo perché c’ero anch’io, semmai… nonostante ci fossi anch’io!).

Cito i presenti di cui ho raccolto i nomi, mi scuso con gli altri, e ringrazio tutti: MarcoCC, Lele, Massimiliano, Paolo, Fabrizio, bizywoman, Marco/defected, Francesco.

Ah, dimenticavo, i due oggettini del desiderio sono su ebay… chi offre di più?

[UPDATE] Qui il video girato durante l’incontro e qui le divertentissime foto di Marco.

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Il Financial Times pubblica la notizia che l’iPhone non arriverà in Italia prima del 2008.

Per fortuna, subito dopo leggo che era solo un rumour.

Ero già preoccupato per Steve che si perdeva il mio ordine, e quello dei miei conterranei (primo mercato europeo per tasso di penetrazione di telefonia mobile).

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L’ultimo libro di Seth Godin tratta un simpatico tema: quando tener duro e quando mollare.

Il mitico Seth mette a fuoco il piccolo-grande dilemma che prima o poi ci prende tutti e, con la sua proverbiale abilità e chiarezza, dà delle ottime dritte per capire se mollare tutto subito senza sensi di colpa o – al contrario – resistere nel dip (nel fosso, nell’impasse, nello stallo), affrontarlo di petto e uscirne più forti di prima.

Un libretto (sì, è un libretto che si legge velocemente) costruito in modo netto e preciso intorno a un’idea.

Non un capolavoro ma nemmeno una stupidata. E’ come un bell’esercizio impostato e risolto nel migliore dei modi.

E quando il nome in copertina è Seth Godin, si impara sempre qualcosa.

Il libro in una frase:

Carriera, relazioni, programmi personali: l’impasse assassina può cogliere quelsiasi aspetto della vita… se in questi frangenti avete sottomano questo piccolo libro, ci sono buone possibilità che non finiate vittime passive della bonaccia.

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Esce oggi negli USA (prima a New York mi pare) l’iPhone, acquistabile solo negli Applestore e nei negozi dell’unico gestore con il quale può essere utilizzato, l’AT&T.

Tra pochi giorni, il 4 luglio, uscirà qui in Italia invece la riedizione della mitica 500 Fiat.

Secondo me, nel giro di pochi giorni, i mercati vedranno la nascita di due prodotti di importanza epocale, nell’ideazione e realizzazione dei quali – pur con le rispettive differenze – il marketing ha giocato un ruolo assolutamente fondamentale.

A mio modesto parere, anzi, sono entrambi figli del marketing.

Il telefonino Apple perché uscito dalla testa di un uomo marketing, cioè il diointerra della Apple, Steve Jobs (non dimentichiamo che dei due company founders, Jobs e Wozniak, Jobs era il commerciale e Woz l’ingegnere), la citycar Fiat perché frutto della coraggiosa scelta della riedizione (vedi Mini e Newbeetle).

Nell’attesa di vedere come potremo usare noi l’iPhone quando arriverà in Europa in autunno quanto a gestori, licenze, navigabilità (le politiche Apple al riguardo della scelta dei partners sembrano essere, forse giustamente vista la portata dei loro prodotti, assolutamente dispotiche) vale la pena di ricordare che il telefono segue l’uscita dell’iPod, un altro “gadget”, irriso da alcuni,  che ha messo a soqquadro un settorino che si chiama industria discografica mondiale.

E il piatto, stavolta, è al rilancio. Come dice il Sole24ore di ieri, con l’i-Phone i settori economici che in queste ore si stanno guardando allo specchio con aria interrogativa sono ben tre: cinema, telefonia, computing.

E sì, perché con l’i-Phone si vedranno video e film (già acquistabili su iTunes negli USA), si telefonerà, e si navigherà su Internet (la musica non la citiamo perché è ovvio, il telefono è anche un iPod).

Inoltre, quello che è stato soprannominato l’uomo piu potente di Hollywood, anche se a Hollywood non ci va mai – parlo sempre di lui, del mitico Jobs – ha fatto in modo che proprio oggi venisse presentato il nuovo attesissimo film della Disney/Pixar, Ratatouille.

E comunque, la premiata ditta di marketing consulting Ries & Ries (gente che ha inventato il concetto di posizionamento, per dire) ritiene che sarà un flop.

Forse anche per questo sono 92 milioni le pagine web che parlano dell’iPhone (92 milioni e una, ora).

Anche la 500 è già un bel caso, imho, per diverse ragioni.

Intanto è l’auto che dovrebbe segnare il rilancio Fiat in modo ormai incontrovertibile (se ho capito bene, la Grande Punto ha risanato i conti, la 500 dovrebbe permettere di guardare finalmente alle strategie future), poi è un passo mai sperimentato prima qui da noi, e poco anche altrove (appunto la newbeetle negli USA e la mini in EU), quello della riedizione.

Poi, il fatto che venga da Fiat un’azienda poco tempo fa sull’orlo del baratro, è una cosa che mi entusiasma. Dimostra come nulla sia veramente scritto, e che perfino le corporations possono essere prese in mano e rivoltate come calzini, se chi le comanda ha gli attributi per farlo, e farlo fare.

E nel caso della rinascita della Fiat il marketing è stato, insieme al prodotto (guarda che caso!) al centro della scena. Da pubblicitario mi fa particolrmente piacere che il colosso di Torino abbia saputo abbracciare anche forme innovative di comunicazione, quali il blog quelli che bravo e l’articolata strategia internet alla base del sito 500wantsyou.it, dimostrando anche su questo fronte una vitalità che non molti immaginavano, qualche mese fa.

Infine, fa pensare (bene, secondo me), che questi due eccezionali prodotti siano, in ultima analisi, riconducibili a due persone, senza cui non sarebbero mai nati: Steve Jobs e Sergio Marchionne.

Per chi si fosse dimenticato che le aziende sono fatte di persone.

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Dalla comunicazione di massa alla collaborazione di massa.

Un bell’articolo, selezionato da Maurizio Sala presidente Adci per un intervento su Youmark, su come le marche dovrebbero prendere esempio da wikipedia (tra gli altri) per imparare che il crowdsourcing è una ricchezza potenziale enorme per ogni brand.

Perché la gente ama le marche, e spesso sono proprio le marche a non saperlo/non capirlo/averne paura.

L’articolo orginale, contenente approfondimenti molto interessanti del concetto, è qui.

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Se avete un post dentro, anche solo uno, aprite un blog.

Un messaggio molto bello, questo di Seth Godin, quasi lirico.

If you only have one post in you. (Sembra una canzone).

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Un libretto che ti insegna quando mollare e quando tenere.

Scritto da quello che ha inventato il permission marketing, autore del blog di marketing n. 1 per diffusione, uno che quando lo leggo mi incanta ogni volta, o quasi.

The dip, appena uscito, è anche il soggetto di un blog a sé stante, ha venduto 100mila copie nel primo mese, ed ha avuto un tour promozionale in cui Godin ti regalava un suo discorso se compravi 5 libri (oppure se lo pagavi 50 dollari per il discorso lui veniva e ti portava 5 libri… detta così non sembra un gran che, ma il libro è finito nelle classifiche del New York Times, secondo me the man is a fucking genius).

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Dopo aver scritto cos’è per noi un art director, qualcuno mi ha sollecitato sul tema copy.

Ho fatto finta fosse già previsto… quindi eccomi qui.

Vorrei premettere che non so se il copy stia vivendo le stesse evoluzioni professionali dell’art director o del responsabile produzione stampa, di cui ho già cianciato, dovute soprattutto all’evoluzione delle tecnologie disponibili.

Vedo il copy in un ruolo più concettuale, e per questo meno esposto agli effetti della tecnologia (in senso operativo, non nel senso dei nuovi media e delle loro possibilità espressive).

La mia prospettiva sul copywriter, inoltre, è poco distaccata e per niente lucida perché… parlo di me.

Ma basta con le mani avanti: cos’è un copywriter in questo stordito monkey business della pubblicità?

Prima le cose di sempre, sacrosante e indiscutibili: sa parlare e scrivere tutte le lingue (del cuore non del passaporto), scrive bene sia prosa che dialoghi, ha una curiosità ossessiva per la pubblicità in tutte le sue forme, ha letto Pirella e Barbella, oltre che Bernbach , Ogilvy e Séguela, crede nella parola, ha un innato rispetto per le persone, è corretto ed obiettivo nelle argomentazioni (sa che la pubblicità non può permettersi di ingannare), è animato da motivazione granitica, è bravo ad ascoltare, è pronto a lavorare molto, sa fare una campagna anche da solo, sa visualizzare dei concetti, riesce a dare il meglio con un art director… (certe le ho copiate da Ogilvy on advertising, chi non l’ha letto alzi la mano – e vada a leggerselo).

La mia esperienza diretta di tutto questo (primi 10 anni della mia vita lavorativa) è stata la base di tutto ciò che è venuto poi. Nel senso che sono diventato un copy, e non ho più smesso di esserlo.

E il copy continuo a farlo. Con questo intendo dire che non sono un imprenditore che fa il copy, ma un copy che fa l’imprenditore.

Tutta questa autoreferenzialità è sgradevole, lo so, ma mi serve a dire che essere un copy può avere un valore, anche fuori dall’agenzia, anche oltre l’orario di ufficio.
Perché uno non smette di essere un copy quando esce dall’ufficio (quelli sono impiegati, i copy sono un’altra cosa).

Mi sto intortando?

L’avevo detto che non ero tanto lucido e obiettivo. Ma arriva il colpo d’ala:

Il copy vive la vita come linguaggio.

Per questo sa impiegare il suo talento naturale (e anche coltivato, naturalmente) in ogni fase della sua esistenza nonché ogni momento della sua giornata.

Ecco perché per noi, il copywriter è una specie di animale con un fortissimo istinto di comunicazione, sia che scriva un radio sia che ne butti giù il rational, sia che faccia una campagna su 6 media diversi sia che telefoni all’assistente del direttore marketing per un’informazione sul brief. E’ uno che si è tatuato la frase non si può non comunicare nel cervello. That’s it. Forever.

Il copy che è in me mi ha aiutato innumerevoli volte, finito il suo lavoro in senso stretto, a:

– trovare clienti
– dirimere situazioni controverse (anche pseudolegali)
– dialogare con gli amministrativi esecutori degli ordini di pagamento
– ottenere informazioni di qualsiasi tipo
– trovare il tono di voce adatto nel rapporto con i clienti (importantissimo)
– avere visibilità sui media
– gestire il progress lavori
– negoziare compensi
– stipulare contratti
– delineare piccole strategie e spunti di marketing
– comprendere (attraverso l’ascolto attento) le esigenze di clienti e collaboratori
– gestire contestazioni
– individuare aree promozionali per i clienti
– aprire linee di credito
– creare passaparola
– migliorare il livello qualitativo dei rapporti
– scrivere un blog (!)

Insomma, il copy può dare tantissimo oltre a quello che istituzionalmente ci si aspetta da lui/lei.

I miei rispetti a coloro che impiegano il loro talento di copywriter lavorando full-time su brief e campagne.

La mia simpatia e massima stima a chi usa combinazioni di parole anche per aprire le mille casseforti della vita.

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Qui i consigli di 7 internet guru.
Un bel ripasso sulle cose che funzionano e non costano.

Via marketing routes.

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What were the problems that you faced founding your company?

What weren’t they? Hiring people, firing people, understanding our business model, getting customers, servicing the customers, finding office space, scaling the company, staring down competitors, going public, raising money, satisfying shareholders. All in the first nine months. (Bob Davis, fondatore e CEO di Lycos).

Cosa possono avere in comune i fondatori di Adobe, Apple, Blogger, Excite, Firefox, Flickr, Gmail, Hotmail, Six Apart, Yahoo! e svariati altri?

Molto più di quanto si possa immaginare. Questo libro è un fantastico trip nel delirio della start-up versione Silicon Valley, ossia la dimensione più talent-oriented possibile dell’avventura imprenditoriale.

In un certo senso è bello scoprire che i geniali fondatori di queste aziende sono stati (e talvolta rimangono, vedi Wozniak, l’uomo che ha inventato l’Apple dopocena) prima di tutto dei sognatori, dei visionari, degi idealisti al di là dei container di denaro che hanno guadagnato dopo aver venduto le proprie aziende.

Gente che ha iniziato magari sedendosi a un tavolo con gli amici to be a company, no matter what.

Oppure altri che hanno sviluppato progetti, applicazioni, prodotti per pura passione tecnologica.
Quante volte ho letto the product, the product, the user experience, insomma l’amore per quello che ti piace fare, sopra qualsiasi business plan (business plan? sì, dopo, quando tocca andare a chieder soldi ai venture capitalists, allora sì tocca farlo) strategie di marketing (marketing? didn’t have marketing budget, it’s all been grassroots, word of mouth, dice Blake Ross, inventore di Firefox).

Insomma, un affascinante libro di avventure, dove vincono sempre i buoni, perché nella Silicon Valley anche chi perde vince (fallire in un’impresa economica non è visto come una macchia vergognosa, ma come una medaglia in più sul petto).

Il libro in una frase:

Sognate anche voi di essere un nerd sul filo dell’esaurimento per alcuni anni lavorando oltre ogni limite (dormendo 4 ore ogni 2 giorni sotto la scrivania dell’ufficio, per dire) per assurgere poi a popolarità planetaria e sconfinata ricchezza: questo libro ve ne dà la possibilità attraverso i racconti in prima persona di come sono partiti i fondatori di aziende come Apple, Yahoo!, TiVo, Paypal, Adobe e molte altre.

E se volete il parere del marketing guru Guy Kawasaki, lo trovate qui.

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