— oh my marketing!

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marketing guru

Noi che abbiamo le piccole agenzie (magari anche voi che le avete grandi), ascoltiamo Jack Welch quando dice:

The three most important things you need to measure in a business are customer satisfaction, employee satisfaction, and cash flow.
If you’re growing customer satisfaction, your global market share is sure to grow, too.
Employee satisfaction gets you productivity, quality, pride, and creativity.
And cash flow is the pulse—the key vital sign of a company.

Via brandautopsy.

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Al Ries, pensatore fondamentale del marketing (autore di Positioning – the battle for your mind, insieme a Jack Trout, nonché inventore del concetto, appunto di positioning) ha un nuovo blog.

The Ries Report – a weekly video report ci racconta come andrà l’iPhone sul mercato, secondo lui: come la Ford Edsel (nella foto), cioè un flop senza precedenti, nonostante la mostruosa campagna di pr a monte.

La sua teoria è che tutta la tecnologia che converge (iPhone fa convergere telefono+ipod+navigatore internet) è sempre fallita, come il binocolo con la radio o l’hamburger hotel (esempi reali, tratti dal video).

Divertente il video, e divertenti i commenti che lo trattano un po’ da nonnetto non più tanto in forma.

(La mia teoria è che me lo compro lo stesso, per pura tool lust).

Via minimarketing.

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Quando sul lavoro qualcuno mi scrive, se non si tratta di personalità importanti (cosa peraltro mai accaduta) in genere inizio la risposta dicendo “se non ti spiace preferirei ci dessimo del tu”.

Penso infatti che tra colleghi, indipendentemente dal ruolo e dalla gerarchia, sia giusto così, prendendo un po’ esempio dal democratico e trasversale you anglosassone.

Per fare un esempio (e che esempio) una sera di un po’ di anni fa vado a sentire Armando Testa a una conferenza, a Torino.

Facevo il copy da pochissimo tempo e, avvicinatomi al grande Armando a fine serata, volli salutarlo dicendogli: buonasera, mi chiamo Massimo e sono un copy junior della Canard.

Lui mi strinse la mano e, guardandomi negli occhi, mi disse:

Ciao collega.

(Mi piace ricordare che Armando Testa spa è la prima agenzia italiana, nonché l’unica ad essere rimasta a capitale interamente italiano. E’ anche l’unica sigla nazionale ad aver acquisito agenzie all’estero. Ciao Armando, ci manchi tanto).

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Alla notizia, annunciata la sera degli Adci awards, del nuovo libro su Bernbach di Mara Mancina avevo reagito un po’ così. Ma come, Bernbach. Mi faceva un po’ l’effetto… dei Promessi Sposi.

Certo, il genio fondatore della nostra professione, certo volkswagen-avis-mysonthepilot ecc ecc, ma insomma, il mondo va avanti, dai, senti gli studenti come fischiano, altro che Bernbach.

Poi l’ho letto, l’ho trovato bello.

Soprattutto, vi ho trovato molta attualità.

Innanzitutto, Bernbach realizzò subito, nella sua agenzia, quella muticulturalità che sarebbe divenuta la norma del mondo moderno (mentre in quegli anni le agenzie di pubblicità erano off-limits a ebrei, italiani, irlandesi, latinos… insomma a tutti quelli che non fossero alti, biondi e da poco usciti da quei tre-quattro campus giusti).
Lui accolse tutti (seguendo la famosa doppia regola del talento+simpatia), arricchendo la propria azienda della ricchezza culturale di coloro che vi entravano.

(Che belle le pagine sul costume e le usanze di Madison Avenue, sembra di esserci, in quei mitici corridoi, tra Raymond Rubicam e Helmut Krone).

Inoltre, capì forse per primo il grande patrimonio della non-specializzazione (“li prendiamo da molte aree, quello che serve loro sapere della pubblicità glielo insegnamo dopo”).

Ma soprattutto, la sua fortissima carica etica, la sua sensibilità verso l’onestà in comunicazione sembra quasi farne un protagonista del live-web, quarant’anni prima.

Mi spiego meglio: la trasparenza che si impone in questi nostri tempi di web-oriented judgement (una tendenza imperiosa che qualcuno ha già definito transparency tiranny) lui la praticava regolarmente, focalizzandosi inesorabilmente sempre su un punto: l’onestà del prodotto.

A me sembra, per esempio, che un concetto così potrebbe benissimo essere la riflessione di un corporate blogger:

Un ottimo annuncio farà fallire più velocemente un prodotto cattivo perché farà capire più in fretta a molta gente che è un cattivo prodotto.

Oppure quest’altro, ditemi se non sembra un trailer per il Cluetrain Manifesto, o chessò, la prima riga di “Permission marketing“:

Non potete vendere a un uomo che non vi ascolta.

C’è poi quel bellissimo annuncio, intitolato “How to do a Volkwagen ad“, che si può anche vedere come esempio di user generated content ante-litteram:

1.
Look at the car.
2.
Look harder. You’ll find enough advantages to fill a lot of ads. Like the air-cooled engine, the economy, the design that never goes out of date.
3.
Don’t exaggerate. For instance, some people have gotten 50 m.p.g. and more from a VW. But others have only managed 28. Average: 32. Don’t promise more.
4.
Call spade a spade. And a suspension a suspension. Not something like “orbital cushioning”.
5.
Speak to the reader. Don’t shout. He can hear. Especially if you talk sense.
6.
Pencil sharp? You’re on your own.

E sulla pagina di destra l’ingombro per la foto e la body.

Inoltre, un mio pallino (quello che la pubblicità sarebbe migliore se le agenzie fossero gestite dai creativi che le hanno fondate) trova in queste pagine un bel rafforzamento, firmato Bill:

Un vantaggio che apprezzo e una cosa di cui sono orgoglioso è che, come presidente d’agenzia, sono un creativo. E se ora verifico il lavoro dei miei copywriters è perché ho fatto prima di loro ciò che loro fanno ora; conosco i loro problemi perché li ho vissuti; sono passato dalla loro stessa esperienza.
Io non sono un semplice uomo d’affari che s’impone loro (…) cerco invece di scoprire il talento e di alimentarlo.

(Sapete perché la WPP si chiama così? Dal nome della prima azienda del gruppo, la Wire Plastic Products. Cosa c’entra? Appunto).

Infine, sento di dover dar conto di quell’iniziale perplessità.

lo farò con qualche domanda all’autrice:

1.
Perché questo libro non porta qualche punto di vista dei giovani eredi del Genio (per esempio di Vicky Gitto, attuale direttore creativo DDB Italia)?

2.
Perché non aprire le campagne del Maestro a un bel workshop di una scuola di comunicazione e vedere cosa ne viene fuori, e magari farci una piccola appendice?

3.
Insomma, perché vedo meglio questo volume nel lussuoso scaffale vetrato di un colto professore universitario, piuttosto che nello zainetto di un affamato stagista alle prese con il suo difficile sogno?

Ecco qua, era un piccolo rospo, ora mi sento meglio.

(Ah, dimenticavo: se volete sapere dov’è andato John Bernbach, figlio di Bill, dopo pagina 241, leggete qui).

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Mindset è consigliato dal marketing guru nonché a-blogger Guy Kawasaki, con queste parole.

Personalmente, ho trovato la tesi del libro affascinante nella sua semplicità (semplicità di esposizione, non certo scientifica), però anche un po’ lungo.

Comunque godibile e interessante in tutte le sue parti – compresi i pezzi su Jimmy Connors e Jack Welch.

Un vantaggio di leggerlo è che puoi scoprire di avere un fixed mindset, e correre quindi ai ripari adottando prontamente un growth mindset, cioè la cosa buona che fa bene.

Il libro in una una frase:

Fixed or growth?
A seconda che la vostra attitudine mentale sia fissa o dinamica, quindi testardamente incatenata alla schiavitù di dover sempre provare quanto siete bravi, o – al contrario – duttilmente in grado di imparare dagli errori ed evolversi, vi giocate la vita, l’amore, il lavoro e la felicità.

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Ma questa volta da uno che la sa molto lunga.

How to be creative è il post più letto di Gapingvoid, il bel blog di Hugh MacLeod, che è stato anche un top-creative di top-agencies per top-of-mind-brands nelle top-locations di Londra e N.Y.

Sono 31 punti, ma se siete troppo pigri per cliccare qui e leggerli tutti, secondo me questi due possono bastare.

1 – Ignore everybody.

31 – Remain frugal.

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Lasciatevelo dire da qualcuno in Savile Row: bastano 200 sterline per essere really elegant.

Via il sarto londinese diventato una global microbrand grazie al mitico Hugh.

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Doc Searls ci introduce al misterioso e sottilmente inquietante fenomeno dei gatti che assomigliano a Hitler.

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Il furbo, il colto e il pacioccone.

Seth Godin, minimarketing e Robert Scoble.

(Beh, magari Godin non è solo furbo, minimarketing, al di là della sua colta segnalazione, non posso dire di conoscerlo… l’unica cosa certa è che Scoble è pacioccone!).

Ma facciamo i seri.

Il furbo ci comunica, in un post dalla sintesi invidiabile, che l’essenza del Web 2.0 è tutta qui, non ci serve sapere altro:

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Il colto, invece, segnala un interessantissimo link a trendwatching.com, argomento trasparency tiranny.

Piccola anticipazione:

“Old economy fog is clearing: no longer can incompetence, below-par performance, ignored global standards, anti-social & anti-eco behavior, or opaque pricing be obscured. In its place has come a transparent, fully informed marketplace, where producers have no excuse left to underperform. TRANSPARENCY TYRANNY for some, TRANSPARENCY TRIUMPH for others.”

Da leggere e conservare per far bella figura alle cene (o magari alle riunioni prima delle cene).

Infine, il pacioccone ci fa morir dal ridere con questo video, da lui stesso (onestamente) presentato come timewasting video of the day.

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Grazie a tutti, ora ho le idee più chiare sul Web 2.0!

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Cosa rende tali i marketing guru?

In questo caso, secondo me, la capacità di pensare in piccolo.

Ho trovato particolarmente apprezzabile che un top come Seth Godin (autore del primo english-speaking marketing blog secondo questa classifica) si sia preso la briga di capire il punto di vista di una piccola/piccolissima azienda, dell’artigiano, del negoziante.

Fa bene leggere qualcuno di così importante parlare di cose così vicine all’uomo della strada (e al suo business).

Sunto del post: con 1 ora/5 dollari al mese costruite la vostra strategia internet in modo corretto e coerente, con la concreta possibilità di raddoppiare i vostri clienti nel giro di un anno.

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