— oh my marketing!

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Marketing

Ogni tanto qualcuno mi chiama e mi chiede un consiglio su… quanto farsi pagare un lavoro.

Faccio sempre una pesssima figura perché io per primo non lo so, penso sempre che il singolo lavoro abbia un valore solo in un contesto continuativo, ma capisco che non sempre c’è quel contesto.

Comunque, fine delle brutte figure. Ora citerò questo post e me la caverò brillantemente (ringraziando Bolle Blu e Giovanni Pizzigati).

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Il marketing visto da un copywriter.

Ho pensato che fosse onesto mettere in chiaro, come dire, la prospettiva.

Qui qualche riga in più sull’argomento.

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“Users helping other users to buy a car” è l’idea di Ebuga, in Argentina, Canada, Germania, Spagna, Italia, Russia e USA.

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Mi ricordo, appena arrivato in Pirella, l’enorme stupore e ammirazione che suscitava in me Emanuele Pirella attivo sui suoi tre tavoli: uno di capo di agenzia, uno di cartoonist (in condivisione con Tullio Pericoli), uno di critico televisivo per L’Espresso.

Il flash era ancora maggiore se pensavo che due di quesi tre tavoli presupponevano una consegna regolare, che non poteva slittare per nulla al mondo in quanto legata all’uscita in edicole delle testate: la vignetta per Repubblica, ogni sabato, e la critica per L’Espresso, idem. (Lasciamo perdere le consegne dell’agenzia, che quelle le facevamo ogni mattina dopo una notte di lavoro, però in quelle non era solo… eravamo in un centinaio a pensarci).

Da allora non ho mai smesso di ammirare incondizionatamente chi è capace di fornire un prodotto in modo costante-regolare-affidabile-caschi il mondo (altri esempi: Altan, Bucchi, Forattini nella satira, e naturalmente mille altri).

Ci vuole una grande serietà e capacità a operare (bene) su molti tavoli.

Credo che questo mio piccolo amarcord sia stranamente attuale per molti di noi, penso anche ai giovani che si affacciano al mondo del lavoro già consapevoli che dovranno essere in grado di seguire molti diversi incarichi, a volte contemporaneamente, se vorranno avere esperienze interessanti.

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Ieri ho avuto una bella chiacchierata con una dozzina di allievi dell’Accademia di Comunicazione, la classe di Copywriting/Nuovi linguaggi.

L’incontro previsto, di ben 4 ore (tantissimo per me!) è filato via molto piacevolemente.

La conversazione ha preso spunto dalle domande raccolte in questo sito, che sono state lo spunto per parlare anche di altro.
Quello che mi è piaciuto (e che mi auguro sia piaciuto anche ai ragazzi) è che i temi hanno spaziato molto, pur partendo da cose molto vicine a noi.
Per essere più chiaro, si è parlato molto del mercato del lavoro, vista la comprensibile preoccupazione del futuro inserimento, ma non per questo ci siamo limitati a valutare… se sia meglio telefonare o scrivere una mail.

Abbiamo parlato di mondo piatto, di nuovi atteggiamenti delle imprese, dell’evoluzione delle agenzie di pubblicità, dei nuovi attori sorti sul mercato in conseguenza ai grandi merger delle agenzie, di centri media e centri produzione… e di cosa può significare tutto questo per chi ha 25 anni e un futuro davanti.

Infine abbiamo visto una cassetta (sì una cassetta VHS, come una volta) con una raccolta di spot di livello dagfli anni 50 ad oggi (Volkswagen, Hamlet, Heineken….).

LETTURE DI CUI SI E’ PARLATO:

– Il blog di Hugh McLeod Gapingvoide della sua bella intuizione delle global microbrands

– Il libro di Thomas Friedman “Il mondo è piatto” (Mondadori)

– Il libro di Ogilvy “La pubblicità” (Mondadori)

COSE CHE HO DIMENTICATO:

– di chiedere loro gli indirizzi dei loro blog per andare a curiosarci e tenerli d’occhio,

– di scambiare due parole direttamente con mario s. che mi aveva contattato prima per mail (mario scusami, me ne sono ricordato in macchina, rifatti vivo!)

– di esortarli a visitare aziende con le orecchie ogni tanto, per tenere d’occhio le imprese con atteggiamenti di marketing più innovativi (ci sono anche editori, so che qualcuno è interessato a quel mercato),

– di ricordare che esiste una neonata organizzazione dei freelance (si è appena tenuto il convegno organizzato da adci) che si ritrova sul sito bolleblu, sicuramente una risorsa utile per tutti, freelance e non,

– di dire che i premi fanno piacere ma non contano niente,

– di avvisarli che tutto quello che ho detto è irrilevante, perché io sono un pazzo al di fuori delle logiche dominanti.

Ringrazio Accademia per la bella occasione di incontro, e i giovani del gruppo per il bello scambio.

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Chiaccherando con un amico siamo andati in tema Art Directors Club. Lui, che è stato socio per un po’ poi non ha più rinnovato, mi ha chiesto le motivazioni di questa scelta.

Era un po’ che non ci pensavo, ma quello che avevo pensato ai tempi della prima iscrizione (circa 91-92) mi è sembrato valido ancora adesso.

Sono un socio Adci perché se fossi un architetto sarei socio dell’ordine degli architetti, se fossi un avvocato altrettanto eccetera.

Ho sempre pensato all’Art Directors Club come un ordine professionale, nel bene e nel male. Poi quello che vi succede può avere alterne fortune, può essere o meno condivisibile, puoi dirne peste e corna o batterti per farci qualcosa di buono, ma ritengo che una visione matura della professione implichi il far parte del gruppo dei tuoi pari.

[Penso sia stato il presidente della Canard, una volta, a dirmi: devi fare il pubblicitario come gli avvocati fanno gli avvocati, intendendo con lo stesso standing, lo stesso prestigio, la stessa autorevolezza, professionale e sociale. Io non so se ci sono riuscito, ma quella cosa mi è rimasta.]

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Incontrare qualcuno di inspiring è sempre bello, e credo che sia una di quelle cose che ti aiutano a far girare delle buone idee in testa.

Per esempio, ho già raccontato di quando ho stretto la mano ad Armando Testa: mi ha detto due parole, e mi ha dato una lezione di vita. Altro esempio, ieri ho sentito Fulvio Zendrini, responsabile comunicazione Piaggio dire delle ottime cose, con uno stile invidiabile. Terzo esempio, questa volta, dalla blogosfera, una riflessione intelligente e leggera come sa fare lui, sue Wed e aziende, da parte di minimarketing.

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Pubblicità: chi ha in mano il pallino?

Il pallino ce l’ha chi ha in mano la strategia.

All’inizio (inizio per me: anni 80) la strategia di marketing l’aveva il cliente. L’agenzia (a servizio completo) aveva la strategia di comunicazione.

Poi (anni 90) i centri media hanno portato via il pallino alle agenzie, che sono diventate meramente dei riempitori di spazi pubblicitari (abbiamo comprato la pagina, cosa ci mettiamo dentro? Chiama l’agenzia).

Ora pare non ce l’abbiano più neanche i centri media.

In teoria dovrebbe essere rientrato in azienda, ma neanche questo è vero. Il pallino, ora come ora, è in mano agli uffici acquisti delle aziende, che non si occupano certo di strategia, ma di risparmiare denaro.

Coloro che forniscono idee sono trattati alla stregua di chi fornisce auto in leasing o pennarelli punta fine.

Amara ma giusta analisi di cosa succede a un settore dopo aver calato le braghe per vent’anni di fila, da parte di Fulvio Zendrini, stamattina al congresso dei freelance organizzato da adci.

Grazie a Zendrini per l’eccellente intervento, di cui condivido ogni parola.

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Qualcuno mi ha chiesto come facciamo a riconoscerci domani al congresso dei freelance. Ecco qua: mi metterò questa faccia e questa t-shirt. A domani!
flowers

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Leggendo questo libro continuavo a pensare di avere in mano un testo di quelli che ti raccontano bene cosa sta succedendo, quei libri che in qualche modo rappresentano un momento preciso, che hanno il grande pregio di “concretizzare” lo spirito del tempo, renderlo parola chiara, spiegazione comprensibile (mi vengono in mente Being digital di Negroponte, o quello sull’accesso di Rifkin).

A libro concluso non posso che confermare questa impressione.

Il libro è, secondo me, un grande saggio, scritto in modo eccellente, con aperture che personalmente ho trovato anche illuminanti. Non vorrei esagerare con i complimenti, ma nelle oltre 580 pagine di questo libro ho trovato il punto di equilibrio ideale tra profondità culturale e semplificazione divulgativa all’americana.

Non per niente il sig. Friedman ha vinto tre volte il premio Pulitzer.

Mi rendo conto che non ho ancora parlato del contenuto del libro (peraltro piuttosto conosciuto): la tesi di Friedman è che a causa di alcune forze storico-politiche-tecnologiche-culturali, il mondo è entrato in una fase di “piattezza” virtuosa, in cui moltissimi hanno accesso a informazioni e modalità operative senza più confini. Questo fenomeno sta alla base di una rinnovata mentalità, necessaria ad affrontare la nuova situazione. Molte parti del libro ruotano intorno ai fenomeni di delocalizzazione del lavoro in Asia, e tutto ciò che questo comporta.

Sono stato anche impressionato dalle ultime parti, dedicate ad illustrare come le capacità virtuose rese disponibili da Internet e dal mondo piatto sono a disposizione anche delle reti terroristiche, che hanno dimostrato di saperle usare molto molto bene.

Il libro in una frase, dedicata alle aziende:

Se volete prosperare in un mondo piatto dovete capire che qualsiasi cosa si possa fare, sarà fatta, e molto più velocemente di quanto voi pensiate. L’unico dubbio è se sarete voi a farla o se dovrete subirla.

E se pensate che chissenefrega tanto voi siete un esecutivista grafico che fa solo scontorni, sappiate che il mondo è piatto anche per voi.

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