— oh my marketing!

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marketing guru

Sean Carlos, presidente di Antezeta web marketing Italia, è americano di nascita, italiano di adozione, internazionale per mentalità.

Ha generosamente accettato di contribuire al nostro giro di opinioni di prima mano e senza filtri media (ci hanno già risposto: Andrea Andreutti, Giona Maiarelli, Andrea Boaretto). Ha subito recepito il messaggio, e mi ha risposto… da un aereoporto.

I suoi contributi al tema “ce la faremo?” sono sintetici e precisi, e lo vorrei ringraziare anche per questa scelta di stile, che aiuta la lettura (e il thinking).

Dopo aver specificato che secondo lui

l’articolo del nytimes ha azzeccato lo stato del paese

procede per singoli punti, inchiodandoci a noi stessi ad ogni riga, e concedendoci solo la consolazione di una prima persona plurale tra virgolette quando parla degli italiani…

Spunto: gli Italiani hanno un atteggiamento rassegnato che impedisce i passi avanti?

Chi ha il potere fa quello che vuole; il pubblico risponde “cosa vuoi, siamo in Italia” e non ci sono pressioni (serie) per un cambiamento.

Manca un’indignazione nei confronti di personaggi come Mastella e Berlusconi.

La cultura di iniziativa personale è molto debole.

Sembra che manchi una classe dirigente seria.

Spunto: i manager che dicono “Se devo inviare i miei dipendenti a corsi di formazione, ho assunto le persone sbagliate”

Penso questo stia cambiando piano piano: Bocconi, MIP ecc, più molta esperienza all’estero per i giovani.

Spunto: L’apparenza sembra contare più della sostanza.

C’è una costante paura di “fare brutta figura”, e una diffusa abitudine a leggere poco.

Spunto: “Siamo” un po’ superficiali.

Confrontiamo la Rai con la Bbc o Zdf/ard/arte… eppure nessuno si lamenta. Anzi, si vota Berlusconi.

Il cellulare è il rei, ma non si sa come accendere il computer. (E le compagnie telefoniche, con i loro (dis)servizi Adsl troppo cari sono da bocciare in toto).

Laddove si trovano le informazioni, come wikipedia et al, gli italiani sono esclusi.

Spunto: Stipendi 30% in meno?

Giusto così, se fai 30% in meno.
In Germania, dopo un giorno proficuo, si va a casa alle 5, 5.30. A Milano, per tenere contento il capo, si girano i polsi fino alle 7.
(Credo sia più colpa dei dirigenti e degli imprenditori che devono organizzare il lavoro, in verità).

Spunto: La Chiesa SpA contamina la vita pubblica e privata.

Il papa “infallibile” dovrebbe aprire l’università, un centro di formazione? Stiamo scherzando.

Dov’e’ il pacs per i gay, come in tutti gli altri paesi europei significativi?

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Sto leggendo Marketing non convenzionale, del gruppo Ninjamarketing. Arrivato a pag. 57 ho scoperto il loro manifesto, che ho trovato entusiasmante:

1. Dal brand-DNA al viral-DNA

2. Dal target alle persone

3. Dagli stili ai momenti di vita

4. Dalla brand awarenss alla brand affinity

5. Dalla brand image alla brand reputation

6. Dall’advertising all’advertainment

7. Dal media planning al media hunting

8. Dal broadcasting al narrowcasting

9. Dal fare comunicazione all’essere comunicazione

10. Dal market position al sense providing

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I read Gapingvoid everyday.

I am a fan of Hugh MacLeod’s global microbrand (here, revisited here) Stormhoek, the wine maker that’s gone from 0 to 200,000 cases of wine sold, thanks to the incredible marketing thinking of the Hughtrain (last example? the bottle that’s placed on the supermarket shelf with the back label in front).

And now.

The company who holds the rights for the brand in UK (Orbital wines) has ceased to operate in December.

Stormhoek has made a call for innovative thinking in their blog.

Hugh hasn’t said a word yet.

I loved hearing them say “we view this as an opportunity for reinvention” but then?…

I’m alarmed, and a bit sad, for all bloggers love Stormhoek, and I am no exception.

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flowers

flowers

Facciamo un po’ d’ordine.

La mia agenzia di pubblicità si chiama Monkey business, ogni settimana aggiorno la directory di Aziende con le Orecchie (le aziende italiane che fanno marketing dell’ascolto, cioè blog etc., ad oggi 53 54) ed ho creato da poco il wiki dei corporate bloggers italiani.

Qui su ohmymarketing, ho una specie di rubrichetta fissa sui libri che leggo (tre libri sul comodino), tra i post più letti i consigli inutili per giovani creativi.

Ah, ho anche la mania del marketing dell’autonoleggio (nessun interesse, sono solo un utente insoddisfatto e brontolone).

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Un incontro promosso da Assolombarda sui casi di successo nel marketing innovativo. Martedì 22 a Milano.

Qui il pdf del programma.

Fonte: Pandemia.

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Marketing Reloaded è il team del Politecnico di Milano che ha scritto il libro omonimo, nonché realizzato il primo seminario che io abbia mai seguito su questi temi, il 30 marzo 2007 (qui tutti i loro eventi).

Io li ammiro molto, perché ho imparato e imparo parecchio dal loro lavoro, che seguo su vari fronti (qui ad esempio il live blogging di Ambiente Cucina Day, cui hanno partecipato anche loro).

Andrea Boaretto è stato così gentile da rispondere alla mia domanda “Ce la faremo?” tema già affrontato con Andreutti e Maiarelli, suillo spunto dell’articolo del nytimes che ci descrive depressi stanchi e disperati.

Il suo intervento vira su marketing e aziende, e dice cose giuste e sane. Dice che sì, ce la faremo, a patto che…

A me personalmente ha colpito il suo richiamo a “fare attenzione alle piccole cose”. Buona lettura.

L’articolo del NY Times è l’ennesimo di una serie di articoli della stampa estera che dipingono l’Italia in agonia.
Anche l’anno scorso di questi tempi su l’Economist era apparso un articolo dal titolo appunto “Agony in Italy”.

Non vorrei dare tutta la colpa all’amplificazione mediatica in quanto noi siamo un’ottima fonte di notizie da urlo (paese che invecchia, soliti problemi da più di 50 anni, instabilità politica cronica, montagne di spazzatura, ecc.) ma un po’ i media ci mettono del loro: ormai viviamo continuamente “per allarmi”, ogni giorno esce un nuovo allarme (il clima, la mancanza d’acqua, il prezzo del petrolio alle stelle, il super euro, l’aumento generalizzato dei prezzi, le famiglie che non arrivano alla 4° settimana, le rapine in villa, omicidi mai risolti, ecc.).

La novità di quest’anno è che il paese ha perso la fiducia in tutto e si assiste ad una rassegnazione generale: forse questo è il problema più cronico, la mancanza di speranza e la voglia di rimboccarsi le maniche e darsi da fare.

Sposterò la mia riflessione più su temi aziendali che su temi sociologici, dato che quest’ultimo non è il mio campo di studi principale.

Stiamo indubbiamente attraversando un periodo di crisi; una crisi nata proprio nel periodo di massimo splendore, ove i nostri imprenditori hanno ottenuto grandi risultati economici focalizzando i loro sforzi quasi esclusivamente sullo sviluppo di capacità produttiva ed operando per lo più come subfornitori di terze parti.

Un periodo apparentemente roseo ma che in verità ha gettato le basi della crisi futura: in molti si sono dimenticati di sviluppare adeguate competenze manageriali, di costruire relazioni con il mercato finale e di investire in vera innovazione di prodotto e processo.

Si pensi, ad esempio, a quanto accaduto per molte delle nostre imprese tessili dei distretti di Biella, Como e Prato, che per decenni sono state fornitori di punta delle grandi griffe e che oggi si trovano alla ricerca di una propria identità sul mercato.

Recentemente molte imprese italiane si sono affacciate ai mercati esteri ed in particolare nei paesi emergenti con approcci non corretti replicando strategie di successo in mercati maturi ma assolutamente decontestualizzate rispetto a tali paesi.

Si pensi ad esempio al settore del fashion e del lusso che spesso ha replicato logiche tipiche del Made in Italy basate sull’esclusività, sull’altissima qualità del prodotto, del fatto a mano, dei volumi ristretti, della lista di attesa, della sobrietà di classe, ecc. in paesi come la Cina in cui il lusso è ostentazione e appartenenza all’interno di una comunità di persone il più ampio possibile e da cui deriva ad esempio l’importanza di grandi volumi e di una copertura distributiva capillare ormai non più solo nelle città di First Tier (Pechino, Shanghai, ecc.) ma anche città fino a ieri minori e oggi in fase di rapidissima crescita: i francesi ad esempio hanno capito la lezione e il gruppo LVMH si è mosso per tempo garantendosi la presenza in punti strategici dal punto di vista commerciale.

Venendo alla domanda di Max “Ce la faremo?”, la mia risposta è SI, sotto alcune condizioni:

1.
occorre uscire da uno stato depressivo cronico nel pensiero e nell’attitudine a fare impresa;
2.
occorre ritornare a pensare in grande, recuperare una vera voglia di fare impresa, quell’entusiasmo che aveva caratterizzato lo sviluppo industriale degli anni sessanta e settanta e che in taluni distretti appare andato in larga misura perduto; i fondatori o la seconda generazione è molto propensa a tirare i remi in barca avendo solidi conti correnti bancari: è scontato, ma è fondamentale ribadirlo in quanto rappresenta un pre-requisito imprescindibile;
3.
allo stesso tempo occorre fare attenzione alla piccole cose, ricordarsi di fare piccoli passi ben misurati all’interno di una strategia più ampia che si muova sincronizzando tutte le leve a disposizione.
4.
infine, ma non da ultimo, è altrettanto importante sviluppare una vera cultura di marketing e non semplicemente commerciale: questo passaggio è più complesso di quanto possa sembrare per le nostre imprese.

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Meme o non meme? Meme. Una simpatica maledizione, che stavolta arriva da Marco-che-sta-scrivendo-un-libro-e-anche-il-blog-speriamo-che-cominci-a -postare-almeno-l’indice-così-vediamo-se-è-bello:

What is marketing doing (in 2008)?

Risposta:

*business as unusual*

Ogni riferimento a fatti avvenuti NON è puramente casuale…

E ora, che la maledizione si abbatta su Mauro e Blurb.

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L’ultimo della blogosfera a leggere il libro che spiega perché vendere poco a tanti è meglio che vendere tanto a pochi sono io.

Però ho scoperto una chicca: la moglie di Chris Anderson odia la tecnologia (è nell’ottima intervista rilasciata ad Alessio Jacona quando è venuto a Milano ).

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Dal blog della marca di vini più 2.0 che esista (una vera Gapingvoid global microbrand), un accorato appello per salvare la marca, il cui importatore inglese ha chiuso a Natale.

Fonte: Vinoalvino.

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Giona Maiarelli (qui il link al suo studio) è un mio caro amico, oltre che un graphic designer con la G e la D maiuscole.

Dopo avermi suggerito di fare il copywriter una sera a Pordenone, tanti anni fa, è andato a lavorare con Milton Glaser a New York, ha aperto studi a Bologna e Long Island, ha lavorato per Alice (poi diventata Lowe) a Parigi.

Detto così sembra facile, o un figlio di papà, invece no, Giona io l’ho visto fare tutto questo con le sue sole forze (leggi: passione per il suo lavoro e olio di gomito).

Adesso vive negli Usa, da dove ci manda queste righe sul suo paese, l’Italia, in commento a quanto scritto dal nytimes.

Ditemi se non vi viene da alzarvi e spaccare tutto quando leggete del funerale di Enzo Biagi.

[Altri spunti per la conversazione qui e qui].

L’articolo del New York Times sull’Italia, che tu ed altri avete commentato sul tuo blog, fa, secondo me, una radiografia accurata della situazione del nostro paese. Da un po’ di anni la metafora che mi viene in mente pensando all’Italia e’ quella di un limone spremuto, un paese che ha gia’ dato il meglio di se. Un po’ di succo rimane naturalmente.

E infatti alla domanda che tu poni: “Ce la faremo?” rispondo di si. Si perche’ 2000 anni di storia sono una zavorra, ma anche una risorsa formidabile, si perche’ la cultura e l’intelligenza non si insegnano neanche nelle piu’ esclusive universita’ americane, si perche’ gli italiani hanno il raro dono della flessibilita’ e sanno pensare con la propria testa quando vogliono. E poi succede ancora, per fortuna, che quando dico ad un americano appena incontrato che sono italiano, mi guarda con gli occhi stralunati che dicono: “ma che cazzo ci stai a fare qui”? I tempi e le modalita’ di questa riscossa non riesco ad immaginarli; magari esistono veramente i corsi e ricorsi della storia e allora siamo a cavallo.

Il presente pero’ caro Massimo non offre un bello spettacolo. Sono contento che tu sia riuscito a circondarti di persone positive, ma a me pare che ci sia una depressione diffusa in Italia e vedo un sacco di gente che si barcamena, ma nessuno che ha un vero progetto politico, sociale, economico o culturale capace di suscitare entusiasmi. E senza dei progetti, lo sai, e’ piu’ difficile alzarsi la mattina. Anche per una nazione.

Prima di scrivere queste due righe ho fatto un sondaggio, rigorosamente non scientifico, con amici connazionali che vivono a New York e dintorni e, come me frequentano l’Italia per lavoro, e tutti hanno confermato di aver letto e approvato l’articolo in questione.

Del resto lo sapevo gia’ perche’ con loro prima o poi si va a finire su quell’argomento e gia’ da qualche anno commentavamo con sgomento lo spettacolo di un paese stregato dal calcio e dalla televisione, la politica asfittica, il fenomeno dei giovani che non si emancipano dalla famiglia, eccetera, la lista e’ molto lunga.

Queste osservazioni sull’Italia le fanno anche gli amici italiani che vivono a Londra, Parigi, Spagna e…in Italia. Mia sorella si occupa di editoria e mi parla di statistiche sulla lettura in Italia sconfortanti (e allarmanti).

Un mio amico bolognese e’ andato a Milano qualche settimana fa per portare omaggio alla salma di Enzo Biagi; un gesto semplice, sincero, di una persona che
non ha molto tempo per se, perche’ ha famiglia e conduce una piccola azienda: la camera ardente era chiusa per pausa pranzo. Ma quanti Enzo Biagi ci sono in Italia che ci possiamo permettere di chiudere la camera ardente perche’ il guardiano deve andare a mangiare l’insalatona al bar?

Qualche settimana fa ho incontrato a New York una mia amica italiana, un imprenditrice molto nota a livello internazionale nel campo dell’arredamento e del design, che mi ha detto che lei ha smesso di lavorare con designer italiani. All’estero, sopratutto i giovani, sono piu’ creativi ed ingegnosi, non si aspettano che qualcuno risolva i problemi per loro, ne che fama e successo vengano offerti loro su un vassoio d’argento.

Certo, ci sono molte eccezioni: gente in gamba, che si da da fare e lavora con intelligenza; li conosco, ci lavoro assieme. E’ grazie a loro che l’Italia ce la fara’; ma non e’ l’Italia visibile di oggi, la loro voce non si sente, forse non stanno parlando,
forse stanno aspettando il momento propizio.

Poi c’e’ il fatto che e’ un paese con un gran numero di anziani e c’e’ il problema dell’immigrazione; non e’ certo colpa degli italiani ed e’ un problema comune a tutta l’Europa, ma e’ evidente che l’Italia non era ne’ strutturalmente, ne’ culturalmente preparata ad affrontare dei fenomeni di questa portata. E il disagio e’ palpabile. Il razzismo e il diprezzo mi offendono, ma non posso che restare in inbarazzato silenzio quando persone che reputo tolleranti e civili mi riferiscono di episodi che ledono la dignita’ dei cittadini, quando non l’incolumita’ fisica.

Quest’estate sono stato in Spagna. So che la Spagna e’ un paese di moda, sopratutto in Italia, ed ora capisco perche’ piace tanto; perche’ e’ un paese con un anima antica, che ha radici profonde, ma anche un paese moderno, con delle belle infrastrutture, e un impronta europea (dove per europeo si intende ovviamente centro-nord). Ecco, mi e’ sembrata una nazione che ha un progetto, che ha mantenuto quello che andava conservato ed ha abbracciato il nuovo senza timore. Ero ospite di colleghi ed ho potuto osservare da vicino le dinamiche della mia professione: Madrid e’ decisamente piu’ vicina a Londra che non a Roma.

Mi chiedo se l’avvento dei voli a basso costo non abbia contribuito a questo stato di insoddisfazione diffusa: oramai sono tanti gli italiani che hanno visto le capitali europee. E magari sono tanti gli italiani che si sono accorti che forse si puo’ vivere in un paese dove i cittadini pagano le tasse, i servizi funzionano, esiste un vero ricambio politico.

Non so quale possa essere la soluzione “italiana”.

Dubito che il “Made in Italy” citato nell’articolo possa essere, da solo, una soluzione: ma non e’ quello che abbiamo fatto fino ad adesso? Solo poche aziende sanno muovere le leve giuste, reinterpretarlo in modo accattivante; molti altri hanno un idea antiquata e, con tutto rispetto, un po’ becera del Made in Italy: Pavarotti e la Ferrari.

Questa Italia ha perso un po’ di smalto. Sai qual’e’ l’idea italiana che sta conquistando l’America? Slow Food. Ecco un’idea profondamente italiana, ma dinamica, in costante evoluzione, pronta a cooptare il meglio che le culture di tutto il mondo hanno da offrire, non chiusa in se stessa.

Scusa se mi sono dilungato senza dire nulla che non sia stato gia’ detto; come disse quel burlone di Mark Twain: se avessi avuto piu’ tempo sarei stato piu’ breve.

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