— oh my marketing!

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marketing guru

Avevo scritto che avrei raccolto qualche testimonianza di prima mano sull’argomento “Italia: ce la faremo?” (articolo del nytimes sull’Italia depressa ecc).

Il discorso è stato ripreso (oltre che da varie persone su questo blog, grazie a tutti, anche a chi si candida a imperatore…) da Mauro Lupi, nel suo post di inizio anno, e Andrea ha commentato in modo secondo me molto interessante.

[Andrea Andreutti, da poco divenuto director of interactive services di Cheil, è un riferimento importante della blogosfera italiana. Quando non è in viaggio di lavoro in oriente, scrive per Samsung un corporate blog spesso citato ad esempio. Il suo blog personale è qui].

Mi ha autorizzato a riprendere le sue parole:

E’ ora che l’Italia esca dall’immobilita’ che l’attanaglia da troppo tempo. E’ una situazione di torpore alla quale pericolosamente una parte della popolazione si sta abituando, spesso influenzata dal troppo consumismo palliativo (utile per “consolarla” da altre ben piu’ importanti mancanze di stimoli) e dal solito infinito e poco produttivo ping-pong tra sinistra e destra, che porta poco o nulla a un paese che sembra avere sempre meno da dire.

Anche a me preoccupa vedere che molti giovani (fortunatamente non tutti) sembrano aver buttato la spugna gia’ a 25 anni, rifugiandosi a volte per convenienza, a volte per necessita’, sotto le ali (e il portafoglio) di mamma e papa’.
Ogni tanto poi mi capita di incontrare ragazzi che a fronte di piccoli e temporanei sacrifici pretendono successo e soldi immediati.

No, purtroppo non funziona cosi’ (almeno fuori dai format televisivi o le riviste patinate), anche se piacerebbe tanto anche noi quarantenni, che probabilmente saremmo gia’ su una bella spiaggia ai tropici a goderci il sole tutto l’anno.

Il paese deve cambiare e deve cambiare anche il modo di fare business: vale nell’industria come nel mondo della comunicazione e dell’advertising dove troppo spesso si invoca il cambiamento solo fino al momento in cui non mette a rischio i nostri interessi o rischia di modificare i meccanismi oliati che siamo sicuri garantirci fatturato.

E qui non ci sono giovani che tengono. Qui dobbiamo metterci in gioco tutti noi.

Pero’, come anticipavo, so che c’e’ anche una fetta importante di Italia che continua a credere con entusiasmo in quello che fa, mettere la propria esperienza a disposizione degli altri, farsi sentire quando trova qualcosa che non funziona, mettere a rischio del proprio (in silenzio) per andare avanti e provare a costruire un futuro ancora migliore.

Personalmente continuoa credere in questa Italia e sono convinto che sudando sette camicie ce la faremo ancora una volta, ovviamente al fotofinish.

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Si dice così: Tudou.com.

Fonte: Debbie Weil’s BlogWriteforCEOs (qui il suo libro).

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Ho letto Google Story, di David Vise e Mark Malseed (qui in italiano).

E davvero, almeno per la prima parte, ci si sente amici di questi due ragazzi, conquistati da un fascino composto sia di eccezionali doti intellettuali, sia di una fortissima carica umana.

Poi vai avanti nella lettura, capisci cosa hanno realizzato (e cosa hanno in mente di realizzare) questi due thirty-somethings, e ti cominci a chiedere cosa lo leggi a fare, un libro così, che i sogni di grandezza alla tua età non stanno più bene, e fai anche un altro mestiere.

“Perché è una storia vera che ha la forza di un romanzo” – dai, c’è di meglio, obiettivamente.

“Perché voglio vedere come va a finire” – palle, lo sai che non è finita.

Ok, ce l’ho.

Perché dimostra che si può fare una delle più grandi aziende del mondo senza mai scendere a compromessi e infischiandosene bellamente dell’aspetto economico, se non per quanto necessario alla miglior realizzazione possibile delle tue idee. E senza diventare matto o scemo né dimenticare il senso del tuo lavoro anche quando il valore borsistico della tua società è di 117 miliardi di dollari, cioè 8 volte la General Motors (a 8 anni dalla fondazione).

E poi c’è quella bellissima lista di consigli per usare meglio Google, alla fine:

1 – G può fare da elenco telefonico USA (digita nome cognome città e le due iniziali dello stato)
2 – G può fare da calcolatrice (digita l’operazione nella finestra di ricerca)
3 – puoi usare anche più termini per indicizzare meglio la ricerca
4 – per ricerche precise alla lettera, usa le virgolette
5 – G può essere un dizionario monolingua (digita define + la tua parola per ottenerne una difinizione lessicale)
6 – minuscolo/maiuscolo non conta
7 – singolare/plurale non conta
8 – usa la image search per trovare siti che non troveresti altrimenti
9 – trova subito mappe, indicazioni stradali e vedute satellitari digitando nella finestra di ricerca città+regione (o stato)
10 – sfoglia i libri online facendo la ricerca su print.google.com
11 – scegli un risultato unico con mi sento fortunato
12 – notizie e aggiornamenti sulle notizie di tuo interesse
13 – ottieni previsioni del tempo (digita weather + il nome della località)
14 – fai ricerche approfondite con le versioni precedenti alle attuali di ogni singola pagina elencata nella ricerca (versione cache)
15 – ricerca su scholar.google.com per accedere a materiali specialistici
16 – digita la tilde ~ senza spazi prima della tua parola per trovare anche i sinonimi
17 – imposta le tue preferenze
18 – traduci in altre lingue
19 – ricevi le quatazioni di Wall Street semolicemtne digitando l’acronimo borsistico del tuo titolo
20 – fruga all’interno di G cliccando su altro e leggi la guida utente google.com/help/cheatsheet.html

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Meatball Sundae – is your marketing out of sync? – il nuovo libro del maestro calvo – è in consegna da oggi, ma copyblogger (che è citato alle pagg 83 e 84) dice che non lo comprerà. Detto da uno che ha 29.000 lettori, la cosa fa pensare, anche se il suo post non l’ho capito tanto bene.

[E comunque Seth ha anche fatto un altro libretto che spiega come ottenere più traffico grazie alla regola delle tre U: Unique, Updated, Useful. Tredici paginette che vanno giù che è una bellezza. Qui il pdf gratuito].

[UPDATE COPYBLOGGER: ho postato il commento che segue sul suo sito – copyblogger, will you tell us a little more about your point of view, or… are we missing your joke??]

hi brian,
sorry if this comment is misplaced – it’s about your post about seth godin’s new book and why you won’t buy it.
I’ve posted about it on my blog, but I must tell you I haven’t fully gotten your point.
what’s wrong with seth quoting your numbers, even if one year late?
isn’t the fact that your site has grown so much proving his point even better?
you’ll find my post here (placing english translation for you):
http://ohmymarketing.wordpress.com/2007/12/27/disponibile-da-oggi-the-new-seth-godin-book-meatball-sundae/
I’m sure my readers would like to better understand you.
thank you in advance and all the best for 2008 from milano, italy – max

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Forbes magazine fa la classifica dei 25 web people più influenti (a Forbes gli è sempre piaciuto fare classifiche).

Ma il mitico Pacioccone Scoble (incluso) brontola: dov’è questo? E perché quello non c’è? E gli inventori di Google? E l’inventore del web? E fa anche lui la sua lista, di getto.

Conclude salomonicamente: “sono lusingato – dice – ma queste liste dovrebbero essere un po’ più inclusive”.

Needless to say, sono tutti da guardare e in alcuni casi da leggere quotidianamente, come prescrive Hugh Macleod nel suo intramontabile post “using blogs to boost the bottom line“.

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Il libro di Bernard Cova, Alex Giordano e Mirko Pallera di Ninjamarketing.

Finalmente un libro italiano, scritto da italiani sul marketing visto dall’Italia.

Ne parlano sul sito Ninjamarketing (dove c’è anche l’indice) e sul blog Adci.

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Ancora da Hugh Macleod, un video a tema “voglio dormire per un mese”. E si capisce già dalla faccia.

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Era il 2005.

Business Week metteva in copertina i blog (“Blogs will change your business“).

Debbie Weil faceva uscire The Corporate Blogging Book. Absolutely Everything You Need to Know to Get It Right, basato sulla sua esperienza di corporate and CEO blogging consultant (documentata sul suo blog, significativamente intitolato BlogWriteforCEOs).

Insomma il loro passato prossimo è il nostro futuro (speriamo non remoto), con uno scarto molto ridotto, due annetti.

Motivo più che sufficiente per leggere questo eccellente libretto, e mettere in saccoccia le buone dritte del pragmatismo americano applicato con il buon senso di questa success lady.

Nota per Leonardo Bellini, traduttore del libro e amico di mail (nonché autore a sua volta): good job Leeeona’do!

Il libro in una frase:

Se hai un’azienda, se ti interessa, se ti attira, se ne hai paura, se guardi gli altri, se non vuoi restare indietro, se pensi al tuo futuro, se hai le antenne, se vorresti capire… stai già bloggando, con questo libro in mano. Non te ne pentirai, di nessuna delle due cose.

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Ho letto una bella cosa sul blog di Hugh Macleod, Gapingvoid.

Nel suo stile poche-palle, riassume i tre anni passati, nella prospettiva dei blogger. Da quando Business Week scrisse in copertina “Blogging Will Change Your Business” (un articolo del 2005, potrebbe benissimo uscire oggi sul Sole) le cose non sono più state le stesse.

Sono venti righe che secondo me vale la pena di leggere, per motivi che non riesco bene a spiegare.

Forse sento la vertigine di un gap di soli 2 anni tra chi sta aprendo la strada e quelli agli inizi come me (abituato ai 15-20 anni della pubblicità..).

E comunque Hugh dice sempre cose interessanti in un modo interessante, mai banale. E poi ha inventato la global microbrand, i suoi casi English Cut e Stormhoek sono storia della comunicazione, ammesso che si possa chiamare già storia (di nuovo le vertigini…). Per non parlare dei suoi cartoons. E poi è un copywriter, e il suo business hero è David Ogilvy.

Piccolo mondo.

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La rivista Ambiente Cucina, che ringrazio, mi ha invitato a partecipare a:

Ambiente Cucina Day – 4° incontro tra i protagonisti del Made in Italy.

Ne approfitto per tentare una cronaca in diretta… o quasi.

Ha appena parlato Paolo Boffi, cuciniere di grande e gloriosa tradizione, che ha annunciato una buona notizia: il settore cucina è in crescita.

Ha preso la parola ora Gianandrea Abbate di Psychoresearch.
Il suo intervento si intitola:

I mega trend: le nuove dimensioni del consumo“.

Stanno scorrendo molte slides con quadranti, con le quali Abbate spiega che… la società italiana è tra Fracchia/Fantozzi e Orietta Berti (conservatore/vittimista), tra la crema antiage e il purgante/lassativo, tra l’Alfasud e la Fiat Duna.

“Si vorrebbe una società con più smartness” dice.

Rispetto a Europa e Usa: la Eu non funziona da volano, e l’America ha perso di empatia (cita una loro ricerca del 2000 come benchmark).

E il consumatore, in tutto questo? Vive molte spinte contrastanti. E’ spaccato in due.

Rispetto a una volta, quando c’era una divisione orizzontale su una struttura “a piramide” (i ricchi al vertice, il ceto medio nella parte centrale e il ceto basso nella basa allargata sotto), ora c’è una clessidra: due grossi elementi, uno sopra e uno sotto, e al centro stretto, una spaccatura: acquisto medio-basso sotto, acquisto medio-alto sopra [in pratica come prima, ma si è accentuata la divisione al centro, nota mia].

Elementi importanti:

– “il consumismo si sta consumando”

– corto circuito informativo, non si capiscono piu i prodotti (acqua senza sodio, grassi idrogenati… nessuno sa come funziona un dvd… zero info da parte delle aziende…)

– “voglio tutto e subito” tanto c’è il credito (anche se non si capisce bene cos’è una carta revolving per esempio)

– gli status non bastano più, la Mercedes ce l’hanno tutti ci vuola la Maybach

– clever cheapness e desegmentation (esempi: Conto Arancio, Ryanair, Ikea)

– “4saltiinpadellizzazione”: i prodotti che vanno sono quelli multiuso, multifunzone

– vintagismo e retrotech (la mini, il sapone di marsiglia, il limoncello)

– dal PIL al BIL: Benessere Interno Lordo (il benessere personale)

In sintesi: non è vero che il mercato e in crisi, lo è una parte, l’altra (la parte alta della clessidra) è in pieno boom.

Frase finale:

Oggi per stare con successo sul mercato bisogna essere o leader… o lidl.

Prende ora la parola Dino Ruta della Bocconi, relazione:

Vantaggio competitivo e governo della creatività nelle imprese.

C’è un video.

E’ uno spot che racconta come il detersivo Andy sia diventato Cif.

Un uomo-flacone-di-cif conosce in un bar una donna-flacone-di-andy.
Si conoscono, escono insieme, si sposano.
Al momento del matrimonio, lui mette uno sticker “Cif” sull’etichetta “Andy” di lei.

“Questa è creatività” dice.

Mettere un fatto negativo (fusione di due marchi) in prospettiva positiva (matrimonio).

Propone di non usare il termine “creativo” ma “prospettiva”.

La creatività è un fatto di prospettiva, che deve saper cambiare.

Le persone in azienda devono saper cambiare prospettiva.

Sulla slide ora: il drink americano Snapple.
Rapidamente la storia di Snapple: nasce nel ’72 arriva a lavorare in Snapple come segretaria (Snapple faceva bevande sane con logica industriale, idea forte all’epoca). I clienti scrivevano all’azienda e nessuno rispondeva loro. Wendy iniziò a rispondere e presto diviene l’immagine di Snapple. Wendy diventa il testimonial di Snapple anche in pubblicità. Ne diviene il simbolo di coerenza. Dopo 2 anni vendono l’azienda, Wendy esce dall’azienda, Snapple crolla nel fatturato.

Cosa devono fare quindi le aziende per mantenere il vantaggio competitivo?

– capire chi genera questo valore piu degli altri in azienda

– capire quali sono i ruoli che generano vantaggio competitivo (suggerimento: almeno metà delle volte NON sono i capi)

Parlerà ora Giuliano Noci del Politecnico [è del team reloaded, lo conosciamo già, nota mia].

Il suo intervento:

I nuovi approcci di marketing: come affrontare i mercati emergenti.

Esordisce rassicurando (il vostro settore è tra i meno problematici), ma anche esortando a una considerazione: non trascurate i mercati che crescono a 2 cifre, (Cina: le vendite al dettaglio su base annua sono a +18%, è già il secondo mercato dell’auto e diventerà il primo entro un anno).

Cina, India, Russia (sulla russia dice: “l’economia di quest’ultima è basata sull’energia, terrà?”).

Ma questi paesi sono diversi da come ce li aspettiamo.

Importante la reattività.
Esempio (storia vera, di cui è stato testimone di recente,durante un viaggio in Cina insieme alla Ferrari): c’era un signore a Shanghai che voleva comprare una Ferrari Scaglietti, pagando cash i 520mila dollari. La Ferrari ha risposto che no, doveva rivolgersi alla rete di vendita. Il signore è andato in Bentley, dove ha ottenuto l’auto subito.

Punti rilevanti delle varie situazioni:

CINA

– non è vero che badano solo ala prima necessità, ora c’è anche mercato di prodotti di qualità

– poca conoscenza marche occidentali

– non sono fedeli alla marca

– eta media elevata

INDIA

– societa giovane

– molti analfabeti

– non sanno discriminare (Ferrari = Bentley)

– i gusti sono sofisticati

Locations distributive. Hermes quest’anno voleva entrare nei mall indiani e ha trovato che LVMH li aveva già prenotati tutti (dal 2001).

La creatività è importante ma non basta da sola.
L’italian style è un sogno e noi siamo simpatici (non siamo colonizzatori).

Passare dalla cultura del prodotto al saper vendere. Noi italiani non siamo capaci… il caffè l’abbiamo inventato noi e chi fa i soldi? Starbucks, idem con pizza/Pizza Hut ecc.

Affordable luxury: vivendo sugli Armani e le Ferrari, noi possiamo vincere, con beni anche low branded.

Punti importanti:

1. bisogna avere una conoscenza approfondita dei mercati (no approccio “vado e provo”)

2. sviluppare conoscenza di marketing

3. rendersi conto che il prodotto è una componente del successo ma il successo è creare esperienze uniche al consumatore (= oculata scelta distribuzione, portafoglio prodotti adeguati nei pdv, necessità della catena – il singolo pdv non vuol dire nulla, distribuzione intensiva, far sistema… piccolo non è bello in questi paesi)

4. fare un salto culturale, dal “made in italy” al “designed in italy”, perché c’è bisogno di serializzazione, di effetto-volumi (Bentley vende mille volte quello che vende Ferrari in Cina, il feeling di lusso è uguale)

5. necessità di educare il mercato (in Cina, ci sono casi di aziende che insegnano a fumare il sigaro, che insegnano cosa vuol dire fare la scarpa su misura, un’azienda di yacht che spiega loro l’equazione yacht=fico)

Adesso tavola rotonda.

Partecipano: Centazzo/Valcucine, Gavazzi/Boffi, Alberto Scavolini/Ernestomeda, Castiglia/Castiglia associati, Pareschi/Komma, Lazzarotto/Electrolux e vicepresidente adi.

Lazzarotto: la cucina si compra ogni 25 anni, quando comunico su un media, ho la probabilità di fare una vendita dopo 12 anni. Questo cambia le prospettive di molte cose dette.
Di creatività, in Italia ce n’è (anche troppa), il problema è canalizzarla e capire come venderla.

Alberto Scavolini: essere in Italia aiuta, ma non basta. All’estero, ogni mercato ha le sue specificità. C’è da rimboccarsi le maniche.

Gavazzi: Boffi esporta il 20%, non molto… siamo ancora indietro, i tedeschi fino a 10 anni fa sono stati molto piu bravi di noi italiani, che stiamo recuperando bene.
Le aziende italiane sono però troppo piccole per affermarsi sui mercati emergenti, bisogna essere sopra i 50 mio. di euro, e sono pochissime.
Quindi forse la strada è di mettersi insieme o mettere insieme i mercati (noi lo facciamo con cucine+bagni).
Anche rispetto al contract, la dimensione è stra-importante.

Centazzo: le relazioni ci hanno mostrato un fiume, basta seguire le indicazioni (giustissime) dei relatori, e buttarsi.
Io sono un montanaro, un topo di campagna… questa visione mi porta un pensiero: io personalmente penso che nessuno dei 4 quadranti demografici che ho visto corrisponde al mio consumatore, non mi interessa quello che vuole un arabo…
Noi italiani dobbiamo vendere la felicità, ma una felicità fuori da quei 4 quadranti… qualcosa fuori dal consumismo, ed è quello che voglio fornire io…
Perchè dovrei gareggiare con chi paga la manodopera 10 volte meno, non bada all’ambiente, non ha norme…
noi dovremmo vendere la felicità italiana, la felicità della bellezza, noi stessi industriali abbiamo creato fabbriche che fanno schifo cubi di cemento-

Interviene la moderatrice, che passa la parola a Pareschi.

Pareschi: il senso del bello fa parte dell’Italia. Ma questo è anche la nostra rovina (sono un po’ polemico con le relazioni).
“Leader o Lidl” rappresenta un manicheismo che non condivido.
Il mercato ha molte sfaccettature. Pensare che il mercato dia diviso così è la piu grande menzogna che ci possiamo portare dietro.

Castiglia: Una volta a Magistretti venne chiesto perché in Italia ci sono così poche scuole di design, lui rispose che noi facciamo il classico, e in più siamo italiani.
Tornando a noi, il mercato è molto piu complesso di come lo stiamo rappresentando.
La qualita delle ns aziende è molto alta.
La chiave è l’emozione, ogni volta che noi ridisegnamo un prodotto avviene un piccolo miracolo, ecco, è questo.

Scavolini (stimolato su: eccellenza del sumisura vs. serializzazione industriale): sono temi antitetici… forse abbiamo forzato la mano su questo, dobbiamo stare attenti a non diventare grandi artigiani, ma grandi aziende.

Gavazzi (stesso tema): a me il concetto di nicchia non piace… la nicchia fa sempre una brutta fine… l’alto di gamma guarda al “su misura” certo, ma è un concetto relativo per ognuno (Ferrari oggi fa 10mila auto non è piu come quando ne faceva 1000), poi il nostro mestiere è complicatissimo, i nostri mobili sono complessi, e i relativi costi industriali sono alti, la scommessa è abbassare questi costi.
La tecnologia (macchine+software) ci sta aiutando… e ciò va a favore dei piccoli.

Centazzo, cui viene restituita la parola: se vogliamo soddisfare la felicità voglio vendere emozione pura, e rimango in quella fetta di mercato, quando Ferrari perderà la magia a favore dei numeri, perderà, perché si scontrerà con chi costerà meno… una linea guida, una volta tracciata, è un elemento fondamentale per un’azienda, non è che cambia con il cambiare dell’amministratore delegato (vedi l’Arna con l’Alfa Romeo, ricordate?)… sul prezzo e sulle quantità saremo perdenti.

Pareschi: “Su misura” o seriale? è una domanda-chiave… è la grande sfida… la Ferrari che vende 10mila auto ha fatto solo un piccolo passo… la sfida è riuscire a fare eccellenza nella serialità.
Questo presuppone che tutta la filiera si orienti così, a partire dai designer, non decono sempre disegnare la Ferrari delle cucine…

Castiglia: come ho detto, la tecnologia ci sta aiutando in questo… noi cerchiamo di fare modelli con segni distintivi… si innescano problematiche di “come passare le informazioni” dopo la produzione…
Per esempio gli agenti, noi già all’interno dell’azienda abbiamo il problema di comunicare alla forza vendita, che a volta non conosce il prodotto… pensa a portarlo in Cina!
Ci sono grandi problemi di distribuzione e di gestione.

Lazzarotto (domanda: per voi multinazionali il sumisura non esiste, come fate a essere vicino alle esigenze del cliente?): confermo quanto detto da Noci: piccolo non è bello, detto col cappello della multinazionale.
Con il cappello dei partner locali, invece, non sono d’accordo. Piccolo è bello a certe condizioni.
Come diceva un mio professore: siamo così piccoli e irrilevanti, in Italia, che siamo obbligati a fare capolavori.
Nella cucina, il prodotto è una passione, e si vede, quando andiamo a Eurocucina. Ogni volta sembra un miracolo, siamo sempre sorprendenti, e quindi… nella categoria “capolavori”.
Distribuzione: a livello mondiale si sta concentrando, e lì dentro è dura. Lo è per una multinazionale, figuriamoci per gli altri.
Ma non vogliamo fare i conti solo con quella distribuzione, perche la walmartizzazione a livello mondiale costringe a comprimere continuamente i costi.
Io preferisco la veicolazione dell’eccellenza, ma anziché parlare di segmentazione con le solite parole del marketing, la faccio parlando di “due econiomie”.
Noi non siamo adatti né capaci di continuare a lavorare sulla compressione dei costi, esiste un’altra economia, orientata più alla ricerca del piacere e della felicità (direbbe Centazzo), la stessa economia dei tartufi di Alba… l’eccellenza la gente se la viene a cercare…

Scavolini (domanda: è giusto comunicare l’italianità o e meglio tarare la comunicazione sui vari mercati?): Non è facile rispondere… auto e moda hanno un unico format a livello mondiale… personalmente sono per comunicare il brand con un linguaggio unico.

Centazzo: nel nord-est siamo sempre stati carenti nella comunicazione… usando una metafora, le aziende sono come auto: la produzione è il motore, una ruota è la comunicazione, un’altra è il marketing (ricerca dei bisogni inconsci)[mi scuso, mi sono perso le altre due ruote]… queste 4 ruote devono essere gonfiate nel modo giusto perché l’azienda segua la linea guida che dicevo prima.
Tutto questo si trasforma in economia, non è utopismo.
Esempio: se si ha cura per l’ambiente, a livello di progetto escono elementi competitivi forti, noi siamo arrivati al 2 millimetri, primi al mondo e l’abbiamo fatto perché pensavamo alle problematiche del disassemblaggio…
In comunicazione devi essere credibile, noi non spingiamo, aspettiamo gli altri si accorgano di noi e ne parlino.

Pareschi: io nel motore metterei il marketing. La relativa “primitività” del settore cucina in comunicazione fa sì che il gestire tutti questi momenti non sia ancora acquisito bene.
I nostri budget, inoltre, sono ridicoli se misurati su target di milioni di abitanti.
La comunicazione potrebbe essere la leva che ci permette di vincere, se avessimo gli investimenti.
Potremmo organizzare degli eventi comuni a tutti che ci permettano di comunicare il lifestyle, tutti insieme (vedi le fiere, stiamo esportando il Salone del Mobile).

Lazzarotto: per me nel motore ci sono i soldi, il marketing è la marmitta di scarico, un modo per rendere meno tossiche le emissioni, una marmitta catalitica…
Comunque parliamo sempre di auto, ma la cucina non è l’auto, che sfoggio, non faccio status, ripeto: la cucina si compra ogni 25 anni, e in più sta chiusa in casa…
Snaidero è una delle poche aziende che sta traducendo effettivamente nella realtà il fatto che promozione e distribuzione sono centrali…

Castiglia (stimolato su creatività: il designer e spesso art director dell’azienda, in quali ambiti deve operare?): Acquista altri ruoli.
Innanzitutto parliamo di progettazione di programmi di produzione, tu progetti tanti anni per un’azienda, la devi conoscere bene, a quel punto tutto questo si trasferisce sul brand.
La cucina è molto complessa, noi diamo sì un’anima, ma è un’anima si puo stravolgere… se sbagli composizione non è più quella cucina… è su questo che si gioca poi… accompagnare questo “figlio” fino a portarlo davanti al possibile acquirente nel modo corretto… è un grande lavoro.

Gavazzi: L’imprenditore/management deve interfacciarsi alla pari con il designer, io ho imparato sia da Paolo Boffi che da Piero Lissoni… vorrei citare Gucci che, all’usicta di De Sole e Tom Ford molti davano per spacciata, invece, tra l’altro con risorse interne, ce la fa alla grande…

Scavolini: lavorare con Jean Nouvel ci ha aiutato ad aprire i nostri orizzonti di azienda orientata ai numeri… Per il rapporto con i nostri designer, Dordoni e… [un altro che non ho capito], abbiamo un ottimo equilibrio… lo stimolo del designer e la gestone del’impresa…. è anche una battaglia, di alti e bassi, odio-amore, è una cosa bella di questo lavoro.

Centazzo (lei è imprenditore e designer, come fa?): il problema ce l’ha mia moglie, che al mattino mi dice, oggi ti vesti da designer o da industriale?
A parte gli scherzi, il design è una ruota dell’auto, ma torno a dire: la linea guida dell’azienda è fondamentale, il design è un servizio a questa linea guida, puo essere interno o esterno non importa…

Lazzarotto: Quando si passa da “singolo progetto” a “cultura del progetto” cultura aperta, che dialoga, in Cina come negli Usa che – vista la nostra cultura del fare eccellente – può permettersi di avere designer da tutto il mondo…. come nostri designer possono lavorare in tutto il mondo…
Attraverso questo sistema ci creiamo le credenziali per essere riconosciuti come sistema di eccellenza in futuro.

Intervento dal pubblico (Paolo Nava mi pare): Tanto di cappello agli italiani, prima impressione. Secondo punto: Psychoresearch mi ha lasciato allibito. Poi c’è stato il professore, che ha parlato di tutto meno che di cucine-

Moderatrice: Lo chiediamo noi, un punto di vista esterno…

…riprende: poi c’è stato il quarto, che ha fatto capire come il mondo stia crescendo.
Io dico: noi siamo stati così bravi finora, abbiamo aziende in grado di soddisfare tutto il mondo, il problema è capire come dare valore a quello che stiamo facendo, ho visto che il gruppo è un grande gruppo… ma al di là di tutto, possiamo parlare di cucine? Secondo me la forza dell’Italia è di non avere pensieri unici, ma dal mio punto di vista occorre l’intelligenza… la struttura italiana fa sì che noi facciamo ricerca, senza volerlo…
Se la ricerca fosse fatta dall’intero gruppo di aziende, allora parleremmo di “cultura del progetto”…

Ore 13.10 si conclude l’incontro, con un accenno augurale alla fondazione dell’associazione Assocucina.

[UPDATE: Pochi giorni dopo, il 30/11, altro evento importante per il settore: la presentazione del rapporto annuale CSIL sull’andamento dei mercati del mobile. Qui un breve resoconto].

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