— oh my marketing!

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Microsoft (bringtheloveback.com) apre un dibattito forte sullo stato dell’arte della pubblicità con un video molto divertente in cui una coppia si trova al ristorante per discutere il proprio rapporto.

Lui è un cialtrone e lei ha voglia di lasciarlo, lei cerca di parlargli ma lui è perso nella propria insensatezza, lei mostra ancora un po’ di considerazione per lui, lui mostra solo una patetica idea stereotipata della relazione a due.

Lui (il perso) è advertiser.

Lei è consumer.

Ben scritto e ben recitato, si fa guardare molto volentieri, anche se tutto sommato non fa altro che dar forma compiuta alle sensazioni che aleggiano da un po’ nell’ambiente.

A testimonianza dell’attualità del tema, i dati sulla visione: 50.000 volte e 200 links nelle prime 40 ore online.

Via coletivosempapas.

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Alla notizia, annunciata la sera degli Adci awards, del nuovo libro su Bernbach di Mara Mancina avevo reagito un po’ così. Ma come, Bernbach. Mi faceva un po’ l’effetto… dei Promessi Sposi.

Certo, il genio fondatore della nostra professione, certo volkswagen-avis-mysonthepilot ecc ecc, ma insomma, il mondo va avanti, dai, senti gli studenti come fischiano, altro che Bernbach.

Poi l’ho letto, l’ho trovato bello.

Soprattutto, vi ho trovato molta attualità.

Innanzitutto, Bernbach realizzò subito, nella sua agenzia, quella muticulturalità che sarebbe divenuta la norma del mondo moderno (mentre in quegli anni le agenzie di pubblicità erano off-limits a ebrei, italiani, irlandesi, latinos… insomma a tutti quelli che non fossero alti, biondi e da poco usciti da quei tre-quattro campus giusti).
Lui accolse tutti (seguendo la famosa doppia regola del talento+simpatia), arricchendo la propria azienda della ricchezza culturale di coloro che vi entravano.

(Che belle le pagine sul costume e le usanze di Madison Avenue, sembra di esserci, in quei mitici corridoi, tra Raymond Rubicam e Helmut Krone).

Inoltre, capì forse per primo il grande patrimonio della non-specializzazione (“li prendiamo da molte aree, quello che serve loro sapere della pubblicità glielo insegnamo dopo”).

Ma soprattutto, la sua fortissima carica etica, la sua sensibilità verso l’onestà in comunicazione sembra quasi farne un protagonista del live-web, quarant’anni prima.

Mi spiego meglio: la trasparenza che si impone in questi nostri tempi di web-oriented judgement (una tendenza imperiosa che qualcuno ha già definito transparency tiranny) lui la praticava regolarmente, focalizzandosi inesorabilmente sempre su un punto: l’onestà del prodotto.

A me sembra, per esempio, che un concetto così potrebbe benissimo essere la riflessione di un corporate blogger:

Un ottimo annuncio farà fallire più velocemente un prodotto cattivo perché farà capire più in fretta a molta gente che è un cattivo prodotto.

Oppure quest’altro, ditemi se non sembra un trailer per il Cluetrain Manifesto, o chessò, la prima riga di “Permission marketing“:

Non potete vendere a un uomo che non vi ascolta.

C’è poi quel bellissimo annuncio, intitolato “How to do a Volkwagen ad“, che si può anche vedere come esempio di user generated content ante-litteram:

1.
Look at the car.
2.
Look harder. You’ll find enough advantages to fill a lot of ads. Like the air-cooled engine, the economy, the design that never goes out of date.
3.
Don’t exaggerate. For instance, some people have gotten 50 m.p.g. and more from a VW. But others have only managed 28. Average: 32. Don’t promise more.
4.
Call spade a spade. And a suspension a suspension. Not something like “orbital cushioning”.
5.
Speak to the reader. Don’t shout. He can hear. Especially if you talk sense.
6.
Pencil sharp? You’re on your own.

E sulla pagina di destra l’ingombro per la foto e la body.

Inoltre, un mio pallino (quello che la pubblicità sarebbe migliore se le agenzie fossero gestite dai creativi che le hanno fondate) trova in queste pagine un bel rafforzamento, firmato Bill:

Un vantaggio che apprezzo e una cosa di cui sono orgoglioso è che, come presidente d’agenzia, sono un creativo. E se ora verifico il lavoro dei miei copywriters è perché ho fatto prima di loro ciò che loro fanno ora; conosco i loro problemi perché li ho vissuti; sono passato dalla loro stessa esperienza.
Io non sono un semplice uomo d’affari che s’impone loro (…) cerco invece di scoprire il talento e di alimentarlo.

(Sapete perché la WPP si chiama così? Dal nome della prima azienda del gruppo, la Wire Plastic Products. Cosa c’entra? Appunto).

Infine, sento di dover dar conto di quell’iniziale perplessità.

lo farò con qualche domanda all’autrice:

1.
Perché questo libro non porta qualche punto di vista dei giovani eredi del Genio (per esempio di Vicky Gitto, attuale direttore creativo DDB Italia)?

2.
Perché non aprire le campagne del Maestro a un bel workshop di una scuola di comunicazione e vedere cosa ne viene fuori, e magari farci una piccola appendice?

3.
Insomma, perché vedo meglio questo volume nel lussuoso scaffale vetrato di un colto professore universitario, piuttosto che nello zainetto di un affamato stagista alle prese con il suo difficile sogno?

Ecco qua, era un piccolo rospo, ora mi sento meglio.

(Ah, dimenticavo: se volete sapere dov’è andato John Bernbach, figlio di Bill, dopo pagina 241, leggete qui).

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Ma questa volta da uno che la sa molto lunga.

How to be creative è il post più letto di Gapingvoid, il bel blog di Hugh MacLeod, che è stato anche un top-creative di top-agencies per top-of-mind-brands nelle top-locations di Londra e N.Y.

Sono 31 punti, ma se siete troppo pigri per cliccare qui e leggerli tutti, secondo me questi due possono bastare.

1 – Ignore everybody.

31 – Remain frugal.

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Chi nella vita ha affrontato un brief (ricordate i brief? Il prodotto, poi il benefit, il plus, la reason why… erano carini, eh) forse ricorderà che a volte, in fondo, c’era la riga del tono di voce.

Ho sempre avuto un debole per il tono di voce, quella sfumatura di senso che attraversava tutta la campagna, dalle scelte tipografiche al taglio delle luci.

Secondo me, il tono di voce è una guida nella vita.

Se alla riunione di condominio togli il contenuto ai discorsi che senti e guardi solo come la gente dice quello che dice… magari scopri che il ragioniere del secondo piano è una brava persona.

Poi i titoli dei libri: come facevi a non comprare Opinioni di un clown? O a non ascoltare Il vitello dai piedi di balsa? O certe bodycopy (My son, the pilot, gli annunci Voiello di Mignani)… o quel titolo di Pino Pilla: Mi offriresti un whisky? No.

Forse il tono di voce è il lato estetico di un discorso.

Adesso cito Brodskij (improvviso colpo d’ala del post!): l’estetica è la madre dell’etica.

Giudice: Qual è la tua professione?,
Brodskij: Traduttore e poeta.
Giudice: Chi ti ha riconosciuto come poeta? Chi ti ha arruolato nei ranghi dei poeti?
Brodskij: Nessuno. Chi mi ha arruolato nei ranghi del genere umano?
(Atti del processo del 1964)

Comunque volevo dire che, anche bloggando, visto che non puoi certo seguire tutto (abituarsi in fretta all’idea che la cosa è fuori dal mio controllo, come dice la 16a slide di questa bella presentazione segnalata delle gatte di via plinio) la buona vecchia regola del tono di voce aiuta molto.

Così mi ritrovo a non leggere quel post dal contenuto perfetto per me, il mio lavoro, i miei clienti, la mia riunione di domani… e invece quell’altra cosa, apparentemente gratuita, svincolata e lontana dai miei interessi, guarda guarda, mi è già entrata negli occhiali e si sta accomodando nel cervello perché… mi piace il suo tono di voce.

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Sono colpito dalle testimonianze di alcuni giovani (studenti e non) sul blog dell’ Adci riguardo all’enorme frustrazione che colpisce chi vuole fare il creativo.

Ora, siamo passati tutti dalla fase in cui fai sacrifici inenarrabili pur di fare quello che ti piace (valga per tutti l’esempio di Maurizio Sala, che scaricava camion dei traslochi per arrotondare).

Ma ora è diverso.

I sacrifici richiesti ai giovani hanno la stessa durezza che hanno sempre avuto, ma la contropartita è praticamente scomparsa.
E’ ormai chiaro che, mentre per la nostra generazione le contropartite erano là, sotto i nostri occhi, sotto forma di carriere che vedevamo realizzarsi, di premi economici ed esistenziali percepibili nell’aria, di un apprezzamento sociale tangibile, oggi tutto questo non esiste più.

A un giovane si chiede di essere bravo, bravissimo, di spaccare il mondo (come si è sempre fatto), ma gratuitamente e senza prospettive.
Un rimborso spese più i ticket quando va bene.
E non tre/sei mesi, ma anni.
E dopo anni, spesso e volentieri, un calcio nel sedere.

Logico che uno si impalla, va in crisi.
Se è abbastanza forte da reggere questo gioco sporco, deve essere contento quando rimedia uno straccio di contratto (la parola assunzione non si nomina neanche più) arrangiandosi in una situazione di mediocrità più o meno prestigiosa (a seconda di dove è finito, i più fortunati in agenzie di qualche credibilità creativa – spesso legata più che altro a glorie passate – la maggior parte in ambienti di variegato squallore professionale e magari anche umano).

Non sono informatissimo, ma neanche completamente disinformato (alcuni ragazzi arrivano anche da me, sento qualche storia di miei ex-studenti di accademia): credo che queste sorti tocchino quasi tutti, con rare eccezioni.

Trovo odioso (e suicida) maltrattare il talento di un giovane.

In particolare, il delitto è doppio, perché oltre ad ammazzare il potenziale dei giovani, lo si ammazza in un momento in cui i tempi sono interessantissini e densissimi di possibilità per chi ha talento.
Il fatto che non si sappia bene dove impiegarlo, questo talento, non è un fattore negativo, ma ultrapositivo.
I giochi sono aperti come non lo sono mai stati, non lo dico io ma gente ben più importante e informata.

Mi viene spontaneo ripensare ai miei tentativi (durati anni e per certi versi ancora in corso) di provare a me stesso e agli altri che valevo, e non poco, anche oltre il diploma di ragioneria e il posto in banca (disertato all’ultimo momento per una crisi mai abbastanza benedetta).

C’è poi la questione del *ho sbagliato i tempi per fare questo mestiere*.

Vorrei rassicurare chi la pensa così, dicendogli: hey, non è vero. Credi questo perché ti senti in difficoltà, e chi è più avanti di te ti sembra avvantaggiato. Ma non è vero.

Mi sento di affermarlo perché per tutta la vita ho pensato la stessa cosa, e solo di recente ho capito che è sempre stato falso.

Quando, nel 1984/85, facevo il copy in triveneto, avevo un capo che aveva la mania di dirmi: vedi, la tua generazione è sfigata, perché viene dopo la nostra, che è quella che ha messo le basi moderne di questo mestiere.
La tua fa un po’ da gregario, poi la successiva farà le altre innovazioni importanti.

Poi arrivai a Milano (1986). L’avvocato Agnelli fece i titoli di tutti i giornali con la frase “La festa è finita”. Gli anni Ottanta, con tutto il loro carico di denaro, yuppismo e abbondanza, iniziavano a finire. Ricordo la risposta a una mia richiesta di aumento di stipendio, in Canard (circa 1988): sono finite le vacche grasse. (Mia risposta alla risposta: e chi le ha mai viste, le vacche grasse?).

1991. Quella che era una delle agenzie più belle (e ricche) del momento, la Canard appunto, crolla. Trovare un’altra agenzia è un vero dramma. L’economia mondiale subisce i contraccolpi durissimi della Guerra del Golfo, assunzioni bloccate ovunque.
Tra colleghi ci diciamo: cazzo, fosse successo un anno prima, eravamo tutti sistemati.
Solo alla fine dell’anno, con un colpo di fortuna, riesco a entrare in Pirella.

1992-96: alla Pirella. Per chi c’è stato, e anche per molti altri, è un mondo a parte, fatto di una durezza spietata da un lato e di un prestigio creativo indiscusso dall’altro, dovuto naturalmente allo standing dei suoi fondatori e agli eccezionali risultati da loro conseguiti nel tempo.
Bene, quando ci sono arrivato io tutto sembrava al capolinea: gli anni belli sembravano essere rimasti in via Vincenzo Monti (l’agenzia si era trasferita in piazzale Biancamano), il reparto creativo era dolorosamente spaccato in due, ai premi l’agenzia non raccoglieva più le bracciate di ori cui era abituata.

Poi lascio (1996) per fare il freelance. Mi dico: okay diamoci sotto, anche se la stagione d’oro dei free è finita.
(Non so perché avevo sempre quest’abito mentale, forse perché sono un beginner dentro).

Idem quando apro la mia agenzia di creatività (qui le date sono fluide, dalla prima volta dal notaio – 1998 – all’apertura dell’ufficio/casa – 1999 – all’apertura della sede attuale – 2002).
La notte mi scopro a pensare: la boutique creativa, figuriamoci.
La facevano Cernuto e Pizzigoni negli anni 80, senza contare che c’è in giro gente come D’Adda e Vigorelli, Marini, Casiraghi… ma dove credi di andare.

Lungo lunghissimo preambolo per dire: ragazzi, non è vero un cazzo che i tempi sono sbagliati.
Almento su quello, rassicuratevi.
I tempi sembrano sempre sbagliati a chi inizia.
Non è perché Barbella è in pensione che sembra impossibile fare il copy come dio comanda.
E’ perché essere bravi sembra sempre impossibile.

Basta così.

Questo era il preambolo, perché stasera mi sono seduto con l’idea di dare dei consigli inutili.

(Perché inutili? Così, per scaramanzia, vedi mai che qualcuno li segue e poi viene a dirmi che non gli sono serviti a niente…)

HERE WE GO, GUYS. MY TWO CENTS FOR YOU.

1.
Sapete l’inglese? Se non lo sapete, spegnete il computer, fate la valigia, svuotate il bancomat e partite. Non tornate prima di un anno. Partite da soli. Immediatamente.

2.
Lavorate duramente al progetto di cercarvi un lavoro, uno sbocco decente per il vostro talento. Dedicatevi più duramente a questo che al vostro lavoro normale (se ce l’avete).
Non vuol dire fregare il tempo al vostro day job, vuol dire essere coscienti che siete in missione permanente.
Non scordate mai che cercare un lavoro è un lavoro molto serio, che richiede energie costanti, intense e prolungate.

3.
Createvi una rete.
Cercatevi su internet tutti quelli che possono esservi utili in qualsiasi modo (direttori creativi, freelance, imprenditori illuminati, gente di cui parlano i giornali, insegnanti universitari, giovani che ce l’hanno fatta, italiani che fanno un lavoro che vi piace all’estero, scrittori, artisti, agenti, talent-scout, soci delle associazioni di categoria, gente che vi ispira, al limite anche gente famosa): reperire un’indirizzo email o un info@quelchelé non è per niente difficile.
Createvi un database massiccio, imponente, in Italia e all’estero.
Dedicatevi per un mese solo a questo, tutti i giorni, e costruitevi lo zoccolo duro. Poi avrete altro da fare, e sarete contenti di averlo fatto prima. (Anche dopo, però, lavorateci continuamente, aggiornandolo sempre).
Su questo punto torniamo dopo.

4.
Producete qualcosa. Con regolarità e costanza. Imponetevi della disciplina. Possibilmente fate qualcosa di coerente (siete copy? scrivete, ecc), ma se proprio non ce la fate non dannatevi nella coerenza, purchè facciate.
La tecnologia vi dà una mano enorme (youtube ecc) le idee non sono mai state così facili da produrre.

5.
Scrivete un ebook. Se non avete l’argomento non importa. (Voi siete l’argomento). Suggerimento: pensate a un bel titolo, sedetevi e scrivete. 50 pagine minimo. Poi divertitevi a impaginarlo. (Scrivete anche se non siete copy, imparate da Lorenzo Marini).
Scrivete in modo che qualcuno possa trovare interessante e divertente quello che dite, ovviamente (altro esempio: quelli che hanno scritto generazione mileeuro).

6.
(Torniamo al database dei contatti, punto 3).
Scrivete una mail a tutti. Siate educati e cortesi, spiegate in modo semplice chi siete e cosa vorreste, e chiedete un consiglio, che può essere: un semplice parere, un contatto, un libro da leggere, un commento… anything.
Accompagnate questa mail con qualcosa di prodotto da voi, e dite che fate questo per dimostrare il vostro impegno, oltre che per sottoporre un saggio del vostro talento.
Molti non vi risponderanno, parecchi non vi diranno niente di utile, qualcuno invece sì… vedete un po’ che succede.
Non siate delusi se ricevete poche risposte. (Anche per questo dovete scrivere a tanti).
Ringraziate subito tutti quelli che vi rispondono.

7.
Tenete religiosamente traccia di tutte le risposte. Dopo 10-15 giorni scrivete di nuovo, mandando un altro lavoro.
Poche righe “gentile mr x, spero di non seccarla se le mando un altro mio lavoro. mi farebbe veramente piacere un suo parere, lo considero una parte importante della mia ricerca. grazie in anticipo.”
Ripetete all’infinito, con intervalli di 20 giorni, adeguando e integrando continuamente la lista.
(Scrivete sempre anche a chi non vi risponde mai. Cancellate solo chi ve lo chiede esplicitamente).

8.
Nel lavoro che fate per mantenervi durante tutto questo, cercate di essere lucidi.
Non lavorate mai gratis. (Piuttosto che lavorare gratis in un’agenzia al tramonto andate a far scontrini all’Esselunga).

9.
Se vi sembra di aver trovato qualcuno o qualcosa che possa valere la pena di un investimento, offritevi voi di fare del lavoro – qui sì – gratuito.
Cercate di usare l’intuito e la pancia, se qualcuno vi ispira, buttatevi. Potrete sempre tirarvi indietro poi.
Ma ragionate sempre e continuamente nell’ottica dell’investimento, e sempre secondo i vostri criteri (meglio tenere le bombolette al miglior writer della città che leccare il didietro al peggiore dei marketing manager).

10.
Cercate di mantenervi. E’ vero che la vita è schifosamente cara, ma lo è di più se lavorate gratis. Non è proprio il caso di aspettare il lavoro buono prima di lasciare il nido. Il lavoro buono è ormai un’utopia, e il nido rischia di non finire mai.

11.
Se partite per imparare l’inglese, dovrete lavorare per mantenervi.
Non sperecate tempo a cercare il lavoro che vi piace, non è che fuori dall’Italia il lavoro si trovi facilmente.
Se dovete imparare l’inglese, fate quello.
Magari poi, dopo un anno che siete lì (e fate la montagna di cose scritte in questo post) potete provare a buttarvi nel giro che vi interessa.

12.
Se sapete già l’inglese, può essere comunque un’idea quella di andare via.
Gli italiani sono molto stimati all’estero, mi sembra di capire. Negli Usa, ad esempio, un po’ di anni fa essere italiani significava avere una marcia in più rispetto ad altri. (Se vi chiedete perché, la risposta è che è vero, noi italiani abbiamo una marcia in più, peccato che siamo gli ultimi a crederci).
Se avete dei soldi, andate a fare una scuola importante, anche se la scuola veramente importante, secondo me, sta fuori dalle scuole. (Semmai quando siete sul posto informatevi dai professionals locali quali sono i corsi buoni).

13.
Investite tempo, energie, denaro.
Molti di questo consigli sono piuttosto impegnativi, ma secondo me non c’è altra via che impegnarsi a fondo.
La motivazione è solo dentro di voi, tutt’intorno non c’è gran che. Ma chi lavora seriamente ce la fa sempre, alla fine. (E poi se avete passione, non vi peserà molto). Quando tutto sembra andare male, tenete duro pensando che c’è chi fa il tifo per voi, solo che non l’avete ancora incontrato.

14.
Chiedete sempre. Un consiglio, un parere, un contatto, un colloquio, uno stipendio, un aumento di stipendio, più responsabilità, una quota in società, un invito a cena, un incentivo, un viaggio, chiedete, cazzo! Chiedete di più, e siate pronti a fare di più (ovviamente).
Per ottenere bisogna chiedere, è semplice.

15.
Non mollate mai.

16.
Non date retta a nessuno. Fidatevi solo del vostro intuito.

17.
Non ascoltate i consigli – specie quelli sui blog ;).

Good luck.

UPDATES:

18.
Mettetevi su Elance.com e inserite questo sito nel vostro modello di business. Come, non avete un modello di business?

19.
Datevi. Un. Vostro. Modello. Di. Business.
Sì’, vostro, non quello della società dove lavorate, o quello di vostro zio direttore creativo. Vostro.
Hugh Macleod ha detto: 60 milion blogs, 60 milion business models. (Nel frattempo sono diventati 80, cioè 20 milioni di concorrenti in più).

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Nell’Adci è partita una bellissima discussione sul valore della parola e di chi la scrive, con molti interessanti contributi da parte di copywriter e direttori creativi.

Si parla anche di bodycopy (serve, non serve, qualcuno la legge, non la legge nessuno).

Vorrei dire anch’io la mia, che è la stessa che ho detto su una pagina di Pubblicità Italia nel 1996, quando ho lasciato la Pirella per fare il free-lance.

Spero che si legga (ha ha).

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