— oh my marketing!

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marketing guru

L’altra volta mi ha fregato il traffico, stavolta ci vado con i mezzi.

Di nuovo grazie a Profero per l’invito a unirsi a loro.

Tema della serata:

Creatività digitale e creatività classica: come realizzare una comunicazione davvero integrata?

In pratica, quello che cerchiamo di fare noi scimmie. Bene bene.

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Anni fa, certi dicevano:

Non fidatevi di nessuno sopra i 30 anni.

Secondo me adesso si potrebbe dire:

Non fidatevi di nessuno che non tenga un blog.

Un po’ radicale, ora come allora, però rende l’idea di una maggior affidabilità di coloro che accettano la sfida trasparente e aperta di parlare con gli altri.

Vale per persone, organizzazioni, politici, aziende, associazioni, agenzie di pubblicità, manager, candidati alla presidenza, creativi, junior, senior, guru… tutti, insomma.

Questo senza discriminare chi non ha un blog perché non gli viene bene, intendiamoci… però diciamo che averlo aggiunge un che di positivo che non guasta, almeno secondo me.

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Ma è sufficiente un blog aziendale per evolvere il proprio marketing?

Questa la domanda che mi girava in testa nei giorni in cui qualcuno
mi ha gentilmente invitato ad andare a sentire la presentazione dei risultati della ricerca di Enterprise 2.0 (che sarebbe l’osservatorio del Politecnico sugli strumenti partecipativi all’interno dell’azienda, come blog interni, wiki, piattaforme condivise, forum aziendali, virtual workspaces ecc).

E in un certo senso mi si è parata davanti la risposta (che è no).

(Un po’ me l’aspettavo, nella mia testolina, che non bastasse aprire un account su WordPress.com per far diventare l’azienda la più tosta del mondo e cavalcare la coda lunga dietro a Jeff Bezos, ma, come dire… molte tessere del ragionamento mancavano all’appello).

Grazie all’eccellente lavoro svolto dal team di Mariano Corso e Stefano Mainetti mi è parso di realizzare cosa c’è dietro, o se preferite, cosa viene prima, di quel famoso momento “gimme a blog!” su WordPress (o altrove).

C’è dietro un modo diverso di concepire l’azienda.

Paroloni.

Ma mi sa che è vero.

Altrimenti, se non concepisci un’azienda diversa, come puoi accettare che

“i dipendenti non distinguono più tra risorse interne ed esterne”?

o che

“le persone devono potersi portare in azienda le proprie reti sociali”?

o, ancora, che

“va garantita a tutti la possibilità di configurare il proprio ambiente di lavoro in assoluta libertà”?

Allora, solo allora, il blog aziendale prende senso, perché forse l’azienda farà percepire fuori, grazie a quella forma osmotica di comunicazione che è il blog, i valori che crescono e si sviluppano dentro.

Con questo non voglio dire che un blog aziendale non può essere un bel punto di partenza, ma se non lo si prende per quello che è, cioè la straordinaria occasione di ripensare l’azienda (anche per gradi, un po’ alla volta, strada facendo…) beh, forse il sito-vetrina del’88 in fondo va bene lo stesso 🙂

***

[NOTA – Le tre frasi virgolettate qui sopra sono riprese dai “bisogni emergenti dell’enterprise 2.0” presentate nel convegno, che riporto:

1. social network (desidero relazionarmi con gli altri, sia dentro sia fuori l’azienda, per mantenermi aggiornato e professionalmente valido)

2. conoscenza in rete (la mia preparazione passa anche da strumenti condivisi in rete)

3. collaborazione emergente (devo poter collaborare sempre, comunque e immediatamente, con sistemi che vanno dalla chat all’instant messaging, dall’agenda condivisa al co-editing di documenti di lavoro)

4. appartenenza aperta (il mio sistema di riferimento non è solo l’azienda, ma qualcosa di più grande, che va oltre)

5. riconfigurabilità adattativa (devo essere in grado di poter riconfigurare i processi del mio lavoro in modo flessibile e personalizzato, visto che la tecnologia me lo consente)

6. global mobility (spazi e orari del lavoro sono sempre più flessibili, grazie alle tecnologie abilitanti)].

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Una breve intervista dove, grazie a Luca Conti, il mitico Robert pacioccone Scoble risponde alle domande di un italiano.

Sono felice sia come tifoso di pacioccone che come italiano. Forse più la seconda.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=oIDEDnVGsrI&hl=it]

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Il blog marketing reloaded, del dream team 2.0 del Politecnico di Milano, rilancia (hanno la mania del reload, bisogna capirli, con quel nome :-)) le 13 verità tragicomiche del marketing italiano con gli altrettanto paradossali 7 teoremi della multicanalità:

1. I clienti multicanale sono adolescenti che scaricano le suonerie sul cellulare

2. I blog sono più di 80 milioni al mondo ed un medium a basso costo per investire in advertising

3. Se avanza budget di comunicazione fai un video virale

4. Crea un corporate blog ed incarica la tua agenzia di animarlo

5. Il successo di una comunità si misura sul numero di iscritti

6. L’investimento in comunicazione su Second Life si ripaga in pochi mesi

7. La tecnologia ha ucciso il marketing

Mi avevano già divertito al convegno sulla multicanalità nel novembre scorso, simpatico da parte loro accostarli alle verità tragicomiche… grazie!

(Ricordo che “Le 13 verità tragicomiche del marketing italiano” sono un e-book Monkey).

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Qui il sito, qui il blog, domani le impressioni. E grazie a Profero per l’invito.

[UPDATE – IL GIORNO DOPO: Purtroppo nessuna impressione, perché il traffico milanese ci ha impedito di arrivare. Due ore da Lambrate a Porta Genova sono un film dell’orrore, altro che Ecopass. Spero di essere invitato nuovamente, così da poter riportare qui l’esperienza (non del’ingorgo, della serata sulla creatività digitale)].

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Luca Conti, uno dei nostri top blogger, non ha bisogno di presentazioni nella blogosfera, non solo italiana.

Come autore del blog di informazione Pandemia, infatti, è un importante riferimento per molti, senza contare la sua attività di buzz consultant, autore, relatore.

Rispetto alla nostra domandina-da-un-milione-di-euro (Italia: ce la faremo?), Luca risponde dalla prospettiva di chi vede il suo paese con gli occhi dei nuovi media e la mentalità di un comunicatore dal basso, professionalmente attivo in ambito internazionale.

Una visione, quindi, particolarmente interessante.

Con l’intervento di Luca, che ringrazio molto, concludo il giro di opinioni sulla situazione italiana nato – lo ricordo – dall’articolo del New York Times “In a Funk, Italy Sings an Aria of Disappointment” che ci descrive come una nazione praticamente allo sbando. (E ancora non avevamo conosciuto da vicino la signora Mastella e quel simpatico mattacchione del marito).

E ora, la parola a Luca:

Sono ottimista e mi viene spontaneo rispondere: sì, ce la faremo. Pensandoci un po’ su il mio ottimismo muta in realismo e la risposta cambia in un “mah, non è detto!”.

Nonostante c’è chi sostenga il contrario, un rischio di declino del paese lo vedo e a mio avviso ci siamo già dentro.

Lo spazio che ci separa dall’altro lato del Mediterraneo è immenso e non ci siamo per nulla avvicinati: il divario tra nord e sud del mondo continua a crescere purtroppo. Sono gli altri paesi europei che si son mossi un po’ più a nord e cominciamo ad allontanarci anche dalla Spagna, paese estremamente dinamico, online e offline.

Con questo voglio dire che in questi anni abbiamo perso molti treni e non è detto che continueranno a passare.

La metafora del treno non è casuale perché il livello del servizio in Italia è indicativo del sistema paese.

Ciò nonostante restiamo una delle prime dieci potenze del globo e abbiamo quindi un immenso potenziale di crescita e di miglioramento.

Se risolvessimo qualche problema strutturale potremmo fare un grandissimo salto di qualità, fermo restando che alcuni punti di forza sono nostri e ineguagliabili (clima, cultura, cibo).

Ce la possiamo fare quindi, ma dobbiamo stringere i denti e continuare a lottare giorno dopo giorno, senza risparmio.

(I precedenti articoli hanno ospitato l’opinione di Andrea Andreutti, Giona Maiarelli, Andrea Boaretto, Sean Carlos).

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Questa bella battuta non è mia, ma di Mr. Tacus, “vincitore” del meme lanciato da Gianluca nel suo blog all’inizio dell’anno.
I risultati sono visibili qui perché non sono riuscito a inserire lo slideshow.

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E quando le copie sono gratis, devi inventarti qualcosa che non sia fotocopiabile, come la fiducia.

Dal blog di Kevin Kelly, uno dei fondatori di Wired.

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[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=3HA4lSUhlbw&rel=1]

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