— oh my marketing!

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comunicare con la pubblicità

Chi inventa per lavoro può trovarsi nella condizione di non riuscire a classificare il proprio operato.

Ecco una semplice guida.

a) spero che mia madre non venga mai a sapere che sono stato io = categoria vergogna

b) l’ho fatto io, ma chi se ne frega = categoria dignità

c) accidenti che bello, spero lo annuncino al tg di stasera = categoria orgoglio.

Mentre è logico puntare ogni volta alla categoria orgoglio, non è del tutto disdicevole rimanere in media “dignità”. La cosa importante, secondo me, è non cadere mai nella categoria vergogna.

(E per i veramente ambiziosi, il trucco è: mai, ma veramente mai, far uscire dalla porta dell’ufficio niente che non sia nella categoria orgoglio).

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Microsoft (bringtheloveback.com) apre un dibattito forte sullo stato dell’arte della pubblicità con un video molto divertente in cui una coppia si trova al ristorante per discutere il proprio rapporto.

Lui è un cialtrone e lei ha voglia di lasciarlo, lei cerca di parlargli ma lui è perso nella propria insensatezza, lei mostra ancora un po’ di considerazione per lui, lui mostra solo una patetica idea stereotipata della relazione a due.

Lui (il perso) è advertiser.

Lei è consumer.

Ben scritto e ben recitato, si fa guardare molto volentieri, anche se tutto sommato non fa altro che dar forma compiuta alle sensazioni che aleggiano da un po’ nell’ambiente.

A testimonianza dell’attualità del tema, i dati sulla visione: 50.000 volte e 200 links nelle prime 40 ore online.

Via coletivosempapas.

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Tutti noi, in pubblicità, lavoriamo per dei clienti.

Chi è in proprio li frequenta direttamente, e ne subisce i condizionamenti, in senso positivo e negativo.

Del resto è giusto che sia così, e quando il cliente è illuminato il condizionamento è per il meglio.

Pensando alle caratteristiche del buon cliente (lasciamo perdere il cliente ideale, figura idealizzata quindi inesistente) vengono in mente molte cose, alcune importanti ed ovvie, alcune meno importanti e forse più legate all’atteggiamento: la buona educazione, la correttezza nella routine operativa, il ricordarsi di dirti che ha visto la campagna (come fatto di cortesia, non di giudizio valutativo), il ringraziare, il trovare il tempo, di quando in quando, per interessarsi all’evoluzione del tuo business… tutte piccole cose che, secondo me, contano quanto le grandi e forse più (come sempre). Cose che contano anche nei confronti dei giovani collaboratori, che imparano sul campo i fondamentali del comportamento etico in ambito professionale.

Poi ci sono le cose grandi: il metterti in condizione di fare un buon lavoro (brief, tempi, informazioni), il farti parte in alcune scelte (non necessariamente di comunicazione, ma anche di management, o di vita aziendale), l’interpretare il lavoro dell’agenzia come opportunità di crescita, il saper stimolare e comprendere, il pagarti nei tempi, il capire le tue potenzialità e aiutarti a raggiungerle, l’essere un riferimento anche umano e non solo professionale (le due sfere non sono distanti, no?).

Ma al di là di tutto questo, in my humble opinion, le piccole e grandi cose che fanno di un cliente un buon cliente si riassumono tutte in un’unica caratteristica, nettamente riconoscibile dopo poche settimane di collaborazione.

E’ il sentire la comunicazione come aspetto fondamentale dell’attività imprenditoriale.

Chi non sente la comunicazione come strategicamente fondamentale, può essere la persona più corretta, piacevole, interessante e stimolante del mondo, ma alla fine non quaglierà un gran che. Sulla lista delle priorità avrà sempre qualcos’altro prima di voi e del vostro lavoro.

Al contrario, chi vive la comunicazione come qualcosa di fondamentale (per qualsiasi ragione, anche non “canonica”, quale ad esempio una sana passione personale) darà quasi sicuramente la massima importanza al lavoro del pubblicitario. Perché ce l’ha dentro, e non ce n’è per nessuno.

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Stagisti, studenti, pensionati, antagonisti, disoccupati, sovroccupati, moonlightners, blogger, avatar, lurkers, agenzie, freelancers: un brief!

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Quando sul lavoro qualcuno mi scrive, se non si tratta di personalità importanti (cosa peraltro mai accaduta) in genere inizio la risposta dicendo “se non ti spiace preferirei ci dessimo del tu”.

Penso infatti che tra colleghi, indipendentemente dal ruolo e dalla gerarchia, sia giusto così, prendendo un po’ esempio dal democratico e trasversale you anglosassone.

Per fare un esempio (e che esempio) una sera di un po’ di anni fa vado a sentire Armando Testa a una conferenza, a Torino.

Facevo il copy da pochissimo tempo e, avvicinatomi al grande Armando a fine serata, volli salutarlo dicendogli: buonasera, mi chiamo Massimo e sono un copy junior della Canard.

Lui mi strinse la mano e, guardandomi negli occhi, mi disse:

Ciao collega.

(Mi piace ricordare che Armando Testa spa è la prima agenzia italiana, nonché l’unica ad essere rimasta a capitale interamente italiano. E’ anche l’unica sigla nazionale ad aver acquisito agenzie all’estero. Ciao Armando, ci manchi tanto).

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Alla notizia, annunciata la sera degli Adci awards, del nuovo libro su Bernbach di Mara Mancina avevo reagito un po’ così. Ma come, Bernbach. Mi faceva un po’ l’effetto… dei Promessi Sposi.

Certo, il genio fondatore della nostra professione, certo volkswagen-avis-mysonthepilot ecc ecc, ma insomma, il mondo va avanti, dai, senti gli studenti come fischiano, altro che Bernbach.

Poi l’ho letto, l’ho trovato bello.

Soprattutto, vi ho trovato molta attualità.

Innanzitutto, Bernbach realizzò subito, nella sua agenzia, quella muticulturalità che sarebbe divenuta la norma del mondo moderno (mentre in quegli anni le agenzie di pubblicità erano off-limits a ebrei, italiani, irlandesi, latinos… insomma a tutti quelli che non fossero alti, biondi e da poco usciti da quei tre-quattro campus giusti).
Lui accolse tutti (seguendo la famosa doppia regola del talento+simpatia), arricchendo la propria azienda della ricchezza culturale di coloro che vi entravano.

(Che belle le pagine sul costume e le usanze di Madison Avenue, sembra di esserci, in quei mitici corridoi, tra Raymond Rubicam e Helmut Krone).

Inoltre, capì forse per primo il grande patrimonio della non-specializzazione (“li prendiamo da molte aree, quello che serve loro sapere della pubblicità glielo insegnamo dopo”).

Ma soprattutto, la sua fortissima carica etica, la sua sensibilità verso l’onestà in comunicazione sembra quasi farne un protagonista del live-web, quarant’anni prima.

Mi spiego meglio: la trasparenza che si impone in questi nostri tempi di web-oriented judgement (una tendenza imperiosa che qualcuno ha già definito transparency tiranny) lui la praticava regolarmente, focalizzandosi inesorabilmente sempre su un punto: l’onestà del prodotto.

A me sembra, per esempio, che un concetto così potrebbe benissimo essere la riflessione di un corporate blogger:

Un ottimo annuncio farà fallire più velocemente un prodotto cattivo perché farà capire più in fretta a molta gente che è un cattivo prodotto.

Oppure quest’altro, ditemi se non sembra un trailer per il Cluetrain Manifesto, o chessò, la prima riga di “Permission marketing“:

Non potete vendere a un uomo che non vi ascolta.

C’è poi quel bellissimo annuncio, intitolato “How to do a Volkwagen ad“, che si può anche vedere come esempio di user generated content ante-litteram:

1.
Look at the car.
2.
Look harder. You’ll find enough advantages to fill a lot of ads. Like the air-cooled engine, the economy, the design that never goes out of date.
3.
Don’t exaggerate. For instance, some people have gotten 50 m.p.g. and more from a VW. But others have only managed 28. Average: 32. Don’t promise more.
4.
Call spade a spade. And a suspension a suspension. Not something like “orbital cushioning”.
5.
Speak to the reader. Don’t shout. He can hear. Especially if you talk sense.
6.
Pencil sharp? You’re on your own.

E sulla pagina di destra l’ingombro per la foto e la body.

Inoltre, un mio pallino (quello che la pubblicità sarebbe migliore se le agenzie fossero gestite dai creativi che le hanno fondate) trova in queste pagine un bel rafforzamento, firmato Bill:

Un vantaggio che apprezzo e una cosa di cui sono orgoglioso è che, come presidente d’agenzia, sono un creativo. E se ora verifico il lavoro dei miei copywriters è perché ho fatto prima di loro ciò che loro fanno ora; conosco i loro problemi perché li ho vissuti; sono passato dalla loro stessa esperienza.
Io non sono un semplice uomo d’affari che s’impone loro (…) cerco invece di scoprire il talento e di alimentarlo.

(Sapete perché la WPP si chiama così? Dal nome della prima azienda del gruppo, la Wire Plastic Products. Cosa c’entra? Appunto).

Infine, sento di dover dar conto di quell’iniziale perplessità.

lo farò con qualche domanda all’autrice:

1.
Perché questo libro non porta qualche punto di vista dei giovani eredi del Genio (per esempio di Vicky Gitto, attuale direttore creativo DDB Italia)?

2.
Perché non aprire le campagne del Maestro a un bel workshop di una scuola di comunicazione e vedere cosa ne viene fuori, e magari farci una piccola appendice?

3.
Insomma, perché vedo meglio questo volume nel lussuoso scaffale vetrato di un colto professore universitario, piuttosto che nello zainetto di un affamato stagista alle prese con il suo difficile sogno?

Ecco qua, era un piccolo rospo, ora mi sento meglio.

(Ah, dimenticavo: se volete sapere dov’è andato John Bernbach, figlio di Bill, dopo pagina 241, leggete qui).

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Ad esempio: perché solo due studenti hanno confermato la presenza all’incontro che l’Adci ha organizzato appositamente per loro, dopo 3 settimane di polemiche e richieste di confronto?

(Grazie a Sottorete per la foto).

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Arte? Ispirazione? Mestiere? Anima del commercio?

Secondo me è artigianato.

Anche gli anglosassoni, nella loro colorita espressione proverbiale (1% inspiration, 99 % perspiration) sembrano confermarlo.

Poi, riandando col pensiero ai migliori che mi è capitato di vedere al lavoro, ritrovo sempre gente indaffarata, tanto nella testa quanto con le mani, fotografi che schizzano il taglio della foto, registi che guardano toccano e ritoccano gli shooting board appesi al muro, direttori creativi che schizzano e smanettano. Gente che quando finisce di lavorare ha gli occhi rossi di fatica, e magari il braccio e la spalla anchilosati per il troppo cliccare.

Dovessi eleggere un libro a bibbia di questa visione del lavoro, sarebbe senz’altro il bellissimo La chiave a stella di Primo Levi. Un operaio specializzato che parla con un chimico.

«Siamo rimasti d’accordo su quanto di buono abbiamo in comune [Lui e Faussone ndr]. Sul vantaggio di potersi misurare, del non dipendere da altri nel misurarsi, dello specchiarsi nella propria opera. Sul piacere di veder crescere la tua creatura, piastra su piastra, bullone su bullone, solida, necessaria, simmetrica e adatta allo scopo, e dopo finita la riguardi e pensi che forse vivrà più a lungo di te, e forse servirà a qualcuno che tu non conosci e che non ti conosce. Magari potrai tornare a guardarla da vecchio, e ti sembra bella, e non importa poi tanto se sembra bella solo a te, e puoi dire a te stesso “forse un altro non ci sarebbe riuscito”».

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Un testo di Adrian Shaughnessy con prefazione di Stefen Sagmeister, comprato dopo averne letto qualche pagina su Creative Review.

Speriamo che sia bello come How to keep running a successful design company di Marcello Minale.

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Ma questa volta da uno che la sa molto lunga.

How to be creative è il post più letto di Gapingvoid, il bel blog di Hugh MacLeod, che è stato anche un top-creative di top-agencies per top-of-mind-brands nelle top-locations di Londra e N.Y.

Sono 31 punti, ma se siete troppo pigri per cliccare qui e leggerli tutti, secondo me questi due possono bastare.

1 – Ignore everybody.

31 – Remain frugal.

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