— oh my marketing!

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marketing e lavoro

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=iFeHoVNYbiI&hl=en]
Al businessjuggler Matteo, che cambia lavoro.
😉

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Al convegno Stogea si è parlato delle ricerche di personale attraverso la rete e, in particolare, attraverso gli strumenti partecipativi della rete.

Ho sentito molto cose interessanti (dopo un avvio in verità un po’ soporifero…), queste le mie impressioni di fondo:

– lato datori di lavoro: chi capisce (o forse dovrei dire “sente”) le possibilità offerte dai nuovi mezzi, ci prova, ne scopre piano piano i vantaggi, si ritaglia una strategia ad hoc; chi non capisce resta dove è sempre stato e amen

– lato forza-lavoro: chi ha più fantasia (o fame) non si ferma davanti a niente, interviste via skype, video-cv su youtube, concorsi online, twitter-cv in 140 caratteri, blog personali, e poi linkedin, viadeo… e alla fine, se ha talento innovativo, prende facilmente la via dell’estero

E comunque, una volta seduti su quella sedia nell’Ufficio del Direttore del Personale (sì, secondo me ha ancora le maiuscole reverenziali), l’impressione personale è ancora il fattore chiave, quindi attenti a quei primi 30 secondi.

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Sono piacevolmente stupito dalle numerose richieste che arrivano al cowo.

Oggi abbiamo ricevuto conferma di un’altra postazione per il prossimo mese, domani è il turno di un altro giovane professionista per il “provino” di un giorno.

E’ un’esperienza che si sta dimostrando interessante e ricca di spunti, anche se non mancano dei momenti di oggettiva difficoltà, come quando scopriamo di essere all’improvviso senza adsl, o quando mi rendo conto di aver dato due opzioni sulla stessa postazione (!).

In ogni caso, per ora mi sembra che l’esperienza stia facendo il suo corso, e tutti noi, scimmie e coworkers, stiamo imparando a convivere bene. Andiamo avanti.

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Chi dice che il nuovo cv si fa in 140 caratteri, stile twitter, chi cerca lavoro su Linkedin, chi fa i blog aziendali dedicati alla ricerca di personale… che qualcosa stia cambiando anche lì?

Andiamo a sentire.

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Tre anni fa, la famosa cover-story “Blogs will change your business” (qui).

Oggi, l’evoluzione di quei ragionamenti: “Beyond Blogs – what business needs to know” (qui).

Ho selezionato qualche passaggio.

Three years ago, we wrote a big story—but missed a bigger one.

We focused on blogs as a new form of printing press, one that turned Gutenberg’s economics on its head, making everyone a potential publisher.
This captured our attention, not least because this publishing revolution was already starting to rattle the skyscrapers in our media-heavy, Manhattan neighborhood.

But despite the importance of blogs, only a minority of us participates. Chances are, you don’t.
According to a recent study from Forrester Research (FORR), only a quarter of the U.S. adult online population even bothers to read a blog once a month.

But blogs, it turns out, are just one of the do-it-yourself tools to emerge on the Internet.

Vast social networks such as Facebook and MySpace offer people new ways to meet and exchange information. Sites like LinkedIn help millions forge important work relationships and alliances. New applications pop up every week.

While only a small slice of the population wants to blog, a far larger swath of humanity is eager to make friends and contacts, to exchange pictures and music, to share activities and ideas.

Sul titolo del nuovo servizio giornalistico:

So our first fix is to lose “blogs” from our headline. The revised title: “Social Media Will Change Your Business.”

Sulla capacità dei social network – in questo caso di Twitter – di produrre vendite:

A Dell employee who goes by the Twitter name of Ggroovin tells us that Dell’s service on Twitter has brought in half a million dollars of new orders in the past year.

Sempre su Twitter, questa volta per chi cerca lavoro:

Some on Twitter sniff around for the next job. “The new résumé is 140 characters” tweets 23-year-old Amanda Mooney, who just landed a job in PR.

Sull’importanza delle chiacchiere davanti alla macchinetta del caffè, secondo l’head of technology di British Telecom (10.500 dipendenti su Facebook):

There’s a lot to look at. “We’ve spent years talking about the value of the water-cooler conversations,” he says. “Now we have the ability to actually understand what these relationships are, how information and decision-making migrate.

We see how people really work.”

Why does this matter? The company can spot teams that form organically, and then can place them on targeted projects. It can pinpoint the people who transmit ideas. These folks are golden. “A new class of supercommunicators has emerged,” he says.

Su un account Twitter in vendita su eBay, comprensivo di 1.300 contatti:

Valuation is a hot question in social media.
Andrew Baron, the co-founder of Rocketboom, an early video blog, had some fun with it. A few weeks ago, he announced that he was auctioning his Twitter account, which had some 1,300 followers, on eBay.

Anyone who wanted an instant crowd with some influential followers could bid. (Of course, these followers might not stick around under a new regime. That was part of the risk calculation.)

The bidding quickly rose above $500. As the auctioning continued, more people (including us) signed up to follow Baron’s account so they could witness this drama in action. That increase in his crowd theoretically raised the value of his Twitter property. In the end, he called it off.

As we write, his following has climbed to 2,309.

Infine, Jeff Jarvis dice una cosa secondo me illuminante:

Three years from now, I predict BusinessWeek’s cover won’t be about blogs or tools but about companies as communities.

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Se ho letto bene il post di Scoble e la notizia su Techcrunch, Adobe ha presentato una suite di programmi Office web-based, cioè liberamente disponibili in rete. (Cioè gratis).

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Non proprio in senso assoluto, diciamo online.
(Periodica revisione dell’attività in rete del sottoscritto, con automatica presentazione a chi non lo conosce tanto. Portate pazienza, o lettori abituali, domani posto qualcosa di meglio, promesso!).

Ultimo nato è il coworking milanese. Si chiama cowo, è bellissimo e dà molta soddisfazione ai suoi genitori Laura e Max.
Qui video e tutto il resto.

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Poi c’è Aziende con le Orecchie, la directory che tutte le settimane aggiunge almeno una azienda italiana attiva nel marketing dell’ascolto. Siamo a quota 71, e fatico a star dietro alle nuove inziative.
Il bollino qui sotto è per coloro che apprezzano l’iniziativa e aiutano a diffonderla sul proprio sito (così).

Per i corporate bloggers italiani che vogliono contarsi/guardarsi c’è questo wiki. Al momento sono siamo 25.

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Ma la madre di tutte le battaglie è lei, l’agenzia di comunicazione che abbiamo fondato anni fa, e rifondato l’anno scorso.
Ufficialmente facciamo pubblicità, ma la nostra vera attività e regalare adesivi, t-shirt, ebooks e… giocare alla community.

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Grazie a voi che, in uno o più di questi mondi, ci fate compagnia, non solo online. E se riunissimo tutto in una cosa sola?

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Piacevole e inaspettato pomeriggio a chiacchierare con uno dei miti della blogosfera mondiale, Steve Rubel, autore di Micropersuasion.

Mi piace sempre vedere confermata una mia vecchia convinzione, che i più bravi sono anche i più umili e disponibili.

Steve, director of insights di Edelman ha dimostrato un’affabilità e una disponibilità che credo abbia conquistato un po’ tutti i presenti (Lele Dainesi, Alessio Jacona, Gianandrea Facchini, Luca Conti, Marco Zamperini, Luca Vanzella, Sergio Veneziani).

Qui un video sull’incontro.

[UPDATE – C’era anche Sacha Monotti. Scusa Sacha!]

[UPDATE 2 – E anche Marco Camisani Calzolari, autore del qik video!…]

[UPDATE 3 – E anche Alberto Mengora, di Edelman].

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Ho scritto un post sul blog d’agenzia dove chiedo (anzi: mi chiedo) se la creatività pubblicitaria sia sempre la stessa, se il suo valore sia rimasto invariato, se i criteri per giudicarla siano sempre impatto, originalità ecc.

Il post in questione è nato pensando al lavoro delle giurie Adci, che in questi giorni stanno scremando le short list per i premi da conferire alla miglior conmunicazione pubblicitaria del 2007.

Ma in realtà, la domanda di cui sopra non riguarda i giurati (se sono lì a far le giurie, e il materiale da giudicare sono campagne, come dovranno mai giudicarle, se non con i criteri che da sempre guidano le classifiche della creatività pubblicitaria: impatto, originalità, ecc).

No, la questione riguarda qualcosa di più ampio, diciamo pure – spariamola grossa – il senso di questo lavoro che siamo abituati a chiamare creativo. E di conseguenza il suo valore. E di conseguenza il nostro posto sul mercato.

Insomma: se contiamo qualcosa oppure no.

In assoluto, il valore della creatività – intendiamoci – continua a valere più del greggio.

Quello che mi lascia un po’ perplesso è il fatto che l’Adci (ma credo anche Cannes, e tutti quelli che fanno premi alla creatività) sembrano non rendersi ancora conto che l’impatto di uno spot, oggi, non serve più a niente se quel prodotto, quella marca non si dimostrano degni di reputazione, alla prova della segnalazione tra utenti, della raccomandazione via internet, del passaparola (possibile che quei 50 milioni di consumatori che cliccano su Amazon ogni mese non riescano a insegnarci nulla?).

[Ok, possiamo anche fregarcene, ma fra 5 anni? Cosa ce ne faremo dei nostri coni, se non saremo in grado di “entrare” nella considerazione *un po’ meno art-copy-oriented* di chi saprà pensare più in grande, e quindi non iscriverà il suo lavoro al nostro premio? Su questo aspetto di marketing per il club tornerei dopo].

L’integrità, la reputazione, la trasparenza sono ora facilmente riscontrabili, e la gente riscontra, eccome se riscontra.

Perché non valutiamo la creatività di questi approcci, invece che continuare a stilare classifiche sulla base di chi è più bravo a scrivere un titolo, o a girare uno spot?

Per carità, tutta la mia ammirazione (nonché invidia) ai maestri del mestiere, ma… davvero contano ancora così tanto, ancora sempre e solo quegli skills?

Perché non ci inventiamo dei premi per chi riesce a far parlare di sè, ad esempio, facendo seguire i suoi atti di comunicazione a relazioni profittevoli e magari stupefacenti con il suo mercato?

Oppure chi riesce, a costi bassi, ad avviare conversazioni fruttuose?

Oppure chi si inventa una strategia mai attuata prima?

Perché l’Adci non dà un premio al blog Ducati, un brand che ha preso una strada diversa dall’advertising (anche) per mancanza di budget pubblicitario adeguato (citato in “Marketing non convenzionale” ed. Sole 24 Ore), e ha finito per creare un caso-scuola di marketing dell’ascolto?
Non è creatività questa?
O siamo noi “creativi” a non esserlo abbastanza da capirlo?

Io credo che dovremmo sforzarci, e aprire il nostro club a qualcosa di più, di diverso.

Un anno fa ho scritto un post intitolato “Adci 2.0?” in cui dicevo delle cose su questi argomenti.

L’ho riletto e ho capito di pensarla ancora esattamente così. Non è il massimo citare se stessi, ma questa volta me lo concedo:

La mia modesta opinione su ciò che il club dovrebbe fare come priorità assoluta:

Intercettare il lavoro migliore ovunque sia, soprattutto dove non siamo abituati a guardare.

Obiettivo: tornare ad essere il riferimento centrale della creatività in comunicazione.

Anche perché, ritornando un attimo a quei bravi cristi di giurati e al materiali che si ritrovano sui tavoli, io credo davvero che l’Adci rischi di non avere più niente di interessante da giudicare, se quelli che l’innovazione la fanno sul serio, a colpi di strategie geniali, intuizioni sistemiche, atteggiamenti rivoluzionari (e ci sono, in Italia) non riconosceranno al nostro club l’autorevolezza e la competenza per giudicarli…

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Sono stato invitato a partecipare a E-mail Power 2008 in qualità di copywriter. Appuntamento martedì 13 alle 15.45: “e-mail clinic” (ma ci sono relazioni per tutta la giornata).

Ingresso gratuito previa registrazione.

(Grazie Roberto per il gradito invito!).

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