Un’agenzia amica cerca una coppia creativa con almeno un paio d’anni di esperienza per una collaborazione da definire.
Per favore scrivetemi in privato, citando questo post. Suerte!
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Read MoreThe Anatomy of Buzz – how to create word-of-mouth marketing, ovvero: il passaparola ai raggi X.
Un libro interessante e anche curioso, scritto da un ex-copywriter che ha visto il mondo cambiargli sotto gli occhi quando è andato a fare il marketing per una start-up di software (endnote, una cosa che serve a scrivere bibliografie senza impazzire tra corsivi maiuscoletti, virgole e virgolette, qui in italiano se vi interessa).
Io sono solo un copywriter che guarda al marketing con curiosità, quindi posso anche dire qualche corbelleria. Eccone subito una: il marketing mi fa veramente divertire, ultimamente. Questo libro sul womma è stato un altro bell’appuntamento con l’intelligenza applicata alla vendita di prodotti.
Il libro in una frase:
Read MoreSe siete nel marketing, vi sarete chiesti come ottenere dalle vostre strategie quel magico effetto “ho scelto questo prodotto perché me l’ha detto un amico”. Eccovi 303 pagine sull’argomento, e neanche noiose. C’è anche una bella bibliografia di 7 pagine.
Mentre l’Art Directors Club Italiano indice il primo congresso dei free italiani (il 3 ottobre alla Naba di Milano), ritrovo sul blog di Freelance switch il post 101 essential freelance resources: di tutto di più per i cani sciolti del mercato.
La lunga lista è disponibile anche in italiano, su Rails On The Road.
Fonte: Copywriter Underground.
Read MoreSono in ufficio. Entra una faccia che mi ricorda qualcuno.
“Come stai? Sono XY, ti ricordi? Sto girando qui sopra, ho visto il nome sulla porta…”
Mi ricordavo vagamente, era (ed è) il direttore creativo di una grossa agenzia con cui ho lavorato intorno al ’97. Lui era a Roma, io a Milano.
“Mi ricordo… ci siamo incrociati qualche volta, un sacco di anni fa”.
“Io mi ricordo di te perché facesti un annuncio che diceva *cercasi account ricco di famiglia*.
Di quello mi ero completamente dimenticato (anche perché l’account non si trovò mai). Un annuncetto a piè di pagina su un giornalino di settore, uscito una volta sola non so quanti anni fa, almeno 7-8. Non mi aspettavo di ritrovarlo ancora al lavoro.
Read MoreRicevo dall’Accademia di Comunicazione una buona notizia:
La Fondazione “Accademia di Comunicazione” con borse di studio parziali consente trenta opportunità di crescita a trenta futuri professionisti!
Trenta è il numero delle borse di studio parziali che la neonata Fondazione “Accademia di Comunicazione” mette a disposizione di giovani laureati per la partecipazione al Master in Marketing e Comunicazione d’Impresa di Accademia di Comunicazione di Milano.
Si tratta di un fondo totale di € 120.000,00 del quale godranno, per la copertura parziale della retta di frequenza, i primi 30 ragazzi che,
superate le prove di ammissione, si iscriveranno all’ormai storico Master specialistico accreditato ASFOR di Accademia di Comunicazione.
Requisito, oltre ad una forte motivazione ed alla passione per il Marketing e la Comunicazione, un reddito familiare lordo annuo inferiore a € 70.000.
Qui i dettagli del’iniziativa.
Read MoreUna bella metafora dell’agenzia di pubblicità (Gianni Lombardi).
Ecco perché questo libro arriva sul mio comodino, anche se parla della vita di uno chef (Anthony Bourdain, di New York, qui il suo sito e qui se volete guardarlo ingoiare il cuore ancora pulsante di un cobra [!]).
Ringrazio Gianni per la segnalazione e ricordo che anche Ogilvy ha più volte sottolineato come l’aver lavorato nell’enorme cucina di un albergo parigino d’alto livello gli abbia insegnato molto su come si gestisce un’agenzia.
Read MoreDopo aver scritto cos’è per noi un art director, qualcuno mi ha sollecitato sul tema copy.
Ho fatto finta fosse già previsto… quindi eccomi qui.
Vorrei premettere che non so se il copy stia vivendo le stesse evoluzioni professionali dell’art director o del responsabile produzione stampa, di cui ho già cianciato, dovute soprattutto all’evoluzione delle tecnologie disponibili.
Vedo il copy in un ruolo più concettuale, e per questo meno esposto agli effetti della tecnologia (in senso operativo, non nel senso dei nuovi media e delle loro possibilità espressive).
La mia prospettiva sul copywriter, inoltre, è poco distaccata e per niente lucida perché… parlo di me.
Ma basta con le mani avanti: cos’è un copywriter in questo stordito monkey business della pubblicità?
Prima le cose di sempre, sacrosante e indiscutibili: sa parlare e scrivere tutte le lingue (del cuore non del passaporto), scrive bene sia prosa che dialoghi, ha una curiosità ossessiva per la pubblicità in tutte le sue forme, ha letto Pirella e Barbella, oltre che Bernbach , Ogilvy e Séguela, crede nella parola, ha un innato rispetto per le persone, è corretto ed obiettivo nelle argomentazioni (sa che la pubblicità non può permettersi di ingannare), è animato da motivazione granitica, è bravo ad ascoltare, è pronto a lavorare molto, sa fare una campagna anche da solo, sa visualizzare dei concetti, riesce a dare il meglio con un art director… (certe le ho copiate da Ogilvy on advertising, chi non l’ha letto alzi la mano – e vada a leggerselo).
La mia esperienza diretta di tutto questo (primi 10 anni della mia vita lavorativa) è stata la base di tutto ciò che è venuto poi. Nel senso che sono diventato un copy, e non ho più smesso di esserlo.
E il copy continuo a farlo. Con questo intendo dire che non sono un imprenditore che fa il copy, ma un copy che fa l’imprenditore.
Tutta questa autoreferenzialità è sgradevole, lo so, ma mi serve a dire che essere un copy può avere un valore, anche fuori dall’agenzia, anche oltre l’orario di ufficio.
Perché uno non smette di essere un copy quando esce dall’ufficio (quelli sono impiegati, i copy sono un’altra cosa).
Mi sto intortando?
L’avevo detto che non ero tanto lucido e obiettivo. Ma arriva il colpo d’ala:
Il copy vive la vita come linguaggio.
Per questo sa impiegare il suo talento naturale (e anche coltivato, naturalmente) in ogni fase della sua esistenza nonché ogni momento della sua giornata.
Ecco perché per noi, il copywriter è una specie di animale con un fortissimo istinto di comunicazione, sia che scriva un radio sia che ne butti giù il rational, sia che faccia una campagna su 6 media diversi sia che telefoni all’assistente del direttore marketing per un’informazione sul brief. E’ uno che si è tatuato la frase non si può non comunicare nel cervello. That’s it. Forever.
Il copy che è in me mi ha aiutato innumerevoli volte, finito il suo lavoro in senso stretto, a:
– trovare clienti
– dirimere situazioni controverse (anche pseudolegali)
– dialogare con gli amministrativi esecutori degli ordini di pagamento
– ottenere informazioni di qualsiasi tipo
– trovare il tono di voce adatto nel rapporto con i clienti (importantissimo)
– avere visibilità sui media
– gestire il progress lavori
– negoziare compensi
– stipulare contratti
– delineare piccole strategie e spunti di marketing
– comprendere (attraverso l’ascolto attento) le esigenze di clienti e collaboratori
– gestire contestazioni
– individuare aree promozionali per i clienti
– aprire linee di credito
– creare passaparola
– migliorare il livello qualitativo dei rapporti
– scrivere un blog (!)
Insomma, il copy può dare tantissimo oltre a quello che istituzionalmente ci si aspetta da lui/lei.
I miei rispetti a coloro che impiegano il loro talento di copywriter lavorando full-time su brief e campagne.
La mia simpatia e massima stima a chi usa combinazioni di parole anche per aprire le mille casseforti della vita.
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Microsoft (bringtheloveback.com) apre un dibattito forte sullo stato dell’arte della pubblicità con un video molto divertente in cui una coppia si trova al ristorante per discutere il proprio rapporto.
Lui è un cialtrone e lei ha voglia di lasciarlo, lei cerca di parlargli ma lui è perso nella propria insensatezza, lei mostra ancora un po’ di considerazione per lui, lui mostra solo una patetica idea stereotipata della relazione a due.
Lui (il perso) è advertiser.
Lei è consumer.
Ben scritto e ben recitato, si fa guardare molto volentieri, anche se tutto sommato non fa altro che dar forma compiuta alle sensazioni che aleggiano da un po’ nell’ambiente.
A testimonianza dell’attualità del tema, i dati sulla visione: 50.000 volte e 200 links nelle prime 40 ore online.
Via coletivosempapas.
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Alla notizia, annunciata la sera degli Adci awards, del nuovo libro su Bernbach di Mara Mancina avevo reagito un po’ così. Ma come, Bernbach. Mi faceva un po’ l’effetto… dei Promessi Sposi.
Certo, il genio fondatore della nostra professione, certo volkswagen-avis-mysonthepilot ecc ecc, ma insomma, il mondo va avanti, dai, senti gli studenti come fischiano, altro che Bernbach.
Poi l’ho letto, l’ho trovato bello.
Soprattutto, vi ho trovato molta attualità.
Innanzitutto, Bernbach realizzò subito, nella sua agenzia, quella muticulturalità che sarebbe divenuta la norma del mondo moderno (mentre in quegli anni le agenzie di pubblicità erano off-limits a ebrei, italiani, irlandesi, latinos… insomma a tutti quelli che non fossero alti, biondi e da poco usciti da quei tre-quattro campus giusti).
Lui accolse tutti (seguendo la famosa doppia regola del talento+simpatia), arricchendo la propria azienda della ricchezza culturale di coloro che vi entravano.
(Che belle le pagine sul costume e le usanze di Madison Avenue, sembra di esserci, in quei mitici corridoi, tra Raymond Rubicam e Helmut Krone).
Inoltre, capì forse per primo il grande patrimonio della non-specializzazione (“li prendiamo da molte aree, quello che serve loro sapere della pubblicità glielo insegnamo dopo”).
Ma soprattutto, la sua fortissima carica etica, la sua sensibilità verso l’onestà in comunicazione sembra quasi farne un protagonista del live-web, quarant’anni prima.
Mi spiego meglio: la trasparenza che si impone in questi nostri tempi di web-oriented judgement (una tendenza imperiosa che qualcuno ha già definito transparency tiranny) lui la praticava regolarmente, focalizzandosi inesorabilmente sempre su un punto: l’onestà del prodotto.
A me sembra, per esempio, che un concetto così potrebbe benissimo essere la riflessione di un corporate blogger:
Un ottimo annuncio farà fallire più velocemente un prodotto cattivo perché farà capire più in fretta a molta gente che è un cattivo prodotto.
Oppure quest’altro, ditemi se non sembra un trailer per il Cluetrain Manifesto, o chessò, la prima riga di “Permission marketing“:
Non potete vendere a un uomo che non vi ascolta.
C’è poi quel bellissimo annuncio, intitolato “How to do a Volkwagen ad“, che si può anche vedere come esempio di user generated content ante-litteram:
1.
Look at the car.
2.
Look harder. You’ll find enough advantages to fill a lot of ads. Like the air-cooled engine, the economy, the design that never goes out of date.
3.
Don’t exaggerate. For instance, some people have gotten 50 m.p.g. and more from a VW. But others have only managed 28. Average: 32. Don’t promise more.
4.
Call spade a spade. And a suspension a suspension. Not something like “orbital cushioning”.
5.
Speak to the reader. Don’t shout. He can hear. Especially if you talk sense.
6.
Pencil sharp? You’re on your own.
E sulla pagina di destra l’ingombro per la foto e la body.
Inoltre, un mio pallino (quello che la pubblicità sarebbe migliore se le agenzie fossero gestite dai creativi che le hanno fondate) trova in queste pagine un bel rafforzamento, firmato Bill:
Un vantaggio che apprezzo e una cosa di cui sono orgoglioso è che, come presidente d’agenzia, sono un creativo. E se ora verifico il lavoro dei miei copywriters è perché ho fatto prima di loro ciò che loro fanno ora; conosco i loro problemi perché li ho vissuti; sono passato dalla loro stessa esperienza.
Io non sono un semplice uomo d’affari che s’impone loro (…) cerco invece di scoprire il talento e di alimentarlo.
(Sapete perché la WPP si chiama così? Dal nome della prima azienda del gruppo, la Wire Plastic Products. Cosa c’entra? Appunto).
Infine, sento di dover dar conto di quell’iniziale perplessità.
lo farò con qualche domanda all’autrice:
1.
Perché questo libro non porta qualche punto di vista dei giovani eredi del Genio (per esempio di Vicky Gitto, attuale direttore creativo DDB Italia)?
2.
Perché non aprire le campagne del Maestro a un bel workshop di una scuola di comunicazione e vedere cosa ne viene fuori, e magari farci una piccola appendice?
3.
Insomma, perché vedo meglio questo volume nel lussuoso scaffale vetrato di un colto professore universitario, piuttosto che nello zainetto di un affamato stagista alle prese con il suo difficile sogno?
Ecco qua, era un piccolo rospo, ora mi sento meglio.
(Ah, dimenticavo: se volete sapere dov’è andato John Bernbach, figlio di Bill, dopo pagina 241, leggete qui).
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