— oh my marketing!

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Comunicare

Il blog Ducati, fulcro di una bella strategia di marketing dell’ascolto, è scomparso. Oltre agli auguri di buone feste, il nulla: sparito l’archivio, spariti tutti i post, sparito questo piccolo-grande miracolo. Qualcuno mi dica che non è vero.

Qui, qui e qui alcuni appassionati ne parlano. Qui, invece, la mia recensione su Aziende con le Orecchie (agosto 2007).

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E’ online l’agenda definitiva dell’attesa presentazione dell’Osservatorio Multicanalità del Politecnico di Milano, prevista il 29 gennaio al Politecnico (Campus Bovisa) Aula Carlo De Carli, v. Durando 10, Milano.

La partecipazione è gratuita previa iscrizione sul sito.

E se vi chiedete quanti sono diventati i clienti multicanale in Italia (erano 5,5 milioni al convegno dell’anno scorso), beh, qui c’è un concorso per voi. (Io ho postato un numero molto molto alto).

[Disclaimer: sono un evangelist del gruppo Marketing Reloaded del Politecnico. Disclaimer del disclaimer: non mi danno un centesimo ;-)]

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Ho scoperto, grazie a Roberto Ghislandi, che negli Usa esiste Reputation Defender, società dedicata a tutelare la reputazione online (che è sempre reputazione, quindi il distinguo è abbastanza inutile).

Giorni fa chiacchieravo con dei giovani avvocati, scoprendo che il marketing di questa professione non è poi tanto scontato.

Mi raccontavano, ad esempio, della consulenza destrutturata e rapida del negozio giuridico (pareri legali veloci, liberi e su misura), segno che anche in quel mondo… qualcosa si muove.

Se fossi un giovane legale, approfondirei gli aspetti del reputation management, sono sicuro che c’è molto da fare.

Qui una discussione sull’argomento, e qui ” il prezioso “manuale gratuito di sopravvivenza giuridica per blogger dell’avvocato Minotti, che ringrazio.

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Andare ad Amsterdam e partecipare a questo progetto di David Armano.

Via Infoservi.

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Continuo con la pubblicazione di qualche stralcio del libro, come già fatto (tra l’altro, c’è un preliminare, cauto interesse da parte di un editore, speriamo bene).

Ricordo che tutto questo nasce dall’esperienza del blog Aziende con le Orecchie.

Se qualcuno ha voglia di darmi un parere, apprezzerò moltissimo.

Nella stesura attuale, questa paginetta apre il testo. (Attenzione: Se conoscete l’argomento, di sicuro vi annoierete. Qui si parte dalle basi…)

Perché ascoltare.

Il marketing ha sempre suggerito alle aziende come parlare.

La comunicazione d’impresa, figlia del marketing, è sempre stata una specie di mostro senza orecchie e una bocca enorme.
Ascoltare non è mai stato nemmeno previsto, se non nelle forme sublimate e aziendocentriche delle ricerche di mercato.

Poi arrivò Internet.
I destinatari dei messaggi delle imprese (definiti “target”, bersaglio, termine che la dice lunga sulla considerazione di cui godevano) inziarono a parlare tra di loro.
Di tutto. Prodotti e marche compresi.
Sorpresa!
Bastarono pochissimi anni perché l’azienda non fosse più la protagonista incontrastata della sua comunicazione, l’unica voce in grado di farsi sentire davvero riguardo ai suoi temi.
Iniziò a diffondersi un certo brusìo di fondo.
Ai colpi di cannone degli spot tv e ai mitragliamenti delle campagne multimediali, le persone comuni iniziarono a contrapporre il cicaleccio di fondo, una chiacchiera diffusa proveniente dal basso, e piuttosto indifferente ai botti che aveva sopra la testa.

Stimolate da Internet e dalle sue tecnologie abilitanti, blog in primis, le conversazioni personali uscivano dalla sfera dei contatti personali, per entrare nella “big conversation” illimitata e globale che chiunque può trovare in rete su qualsiasi argomento.

E tra gli argomenti più gettonati – naturalmente – prodotti e marche.

In questo panorama, le scelte che un’azienda si trova davanti sono due: prendere atto di queste conversazioni (e magari iniziare a seguirle senza escludere l’idea di prendere la parola), oppure far finta di nulla e lasciare che i discorsi proseguano senza la sua presenza.

La seconda ipotesi è ovviamente riservata a chi non ha a cuore le sorti del proprio business. Per tutti gli altri, l’ipotesi dell’ascolto diventa ineludibile.

Fortunatamente per le imprese, le tecnologie abilitanti sono qui per tutti, e quindi le possibilità date ai consumatori sono offerte anche ad esse, e le condizioni per accedervi sono assolutamente sostenibili.

A patto di riuscire a fare il passo.

Nel momento in cui l’ascolto dei consumatori diventa parte della strategia aziendale, infatti, è come se l’azienda facesse un piccolo passo indietro nella gestione delle proprie sorti, come se decidesse di far sedere in consiglio d’amministrazione anche un paio di signore Pina e qualche sig. Mario.

Il vantaggio derivante da questa minimale e relativa perdita di controllo, però, è ampiamente ripagante.

Per la prima volta possono parlare direttamente con il proprio mercato.

“Direttamente” significa il manager o l’imprenditore a contatto con la signora Pina o il sig. Mario.

Non si tratta di comunicati stampa o di pubblicità ben scritte.
Si tratta dell’imprenditore (non dell’impresa: dell’imprenditore, o comunque di persone vere) faccia a faccia con il consumatore, in uno scambio diretto, e a volte anche immediato.
Anzi, più propriamente, si tratta dell’imprenditore zitto e con le orecchie ben aperte davanti al suo consumatore che gli parla.

Può essere un trauma.
Ma può anche essere il ritorno di una grande storia d’amore.
Non dimentichiamo che le persone amano i prodotti e chi li crea, se questi sanno comportarsi in modo da meritarlo.

E niente può raccontare un’azienda meglio di Internet, grazie alla conversazione che rende possibile.

Solo chi ascolta può capire questa cosa, in tutto il suo significato.

Un etto di marketing (è un etto e mezzo, lascio)?” di Massimo Carraro, ed. Alpha Test, sarà in libreria a fine gennaio 2010. Per avere un codice sconto del 20% senza obbligo di acquisto basta una mail.

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Come promesso, inizio a pubblicare qualche stralcio del libro.

Colgo l’occasione della pagina pubblicitaria Febal dedicata al blog, appena uscita su Novella 2000 (beh, che c’è, dovevamo farla su Punto Informatico, la pubblicità del blog delle cucine?!) per affrontare un tema che mi preme molto, cioè il rapporto tra ascolto e pubblicità.

Questo che segue è il passaggio dedicato all’argomento.

Mi raccomando, conto sui vostri pareri!

La pubblicità, alla pari del marketing, non se la passa un granché bene.

Per cause che, a pensarci bene, sono alla base di questo libro (in sostanza, il rinnovato potere del passaparola), la reale incisività delle campagne pubblicitarie sui mass-media appare in questi tempi per lo meno un po’ blanda, e molti piani di comunicazione vengono portati avanti più per abitudini inerziali che per reale convinzione.

Occorre anche dire che, in tempi di crisi – checché se ne dica negli ambienti pubblicitari, che sostengono da sempre che è proprio in questi momenti che occorre intensificare gli sforzi di comunicazione – i budget vengono tagliati, e non c’è dubbio che una strategia di ascolto, a conti fatti, vive di cifre molto più contenute di quelle dell’advertising.

Ma, al di là di tutto, è possibile elaborare, sulla pubblicità, una posizione coerente con i tempi e al tempo sensata da un punto di vista di marketing?

Per quello che mi è dato di capire, credo sia una domanda prematura, quindi destinata a trovare una risposta con il tempo.

Ritengo però che già ora sia possibile innovare la visione dell’advertising, facendo tesoro delle esperienze suggerite dalle strategie di ascolto, sia alle aziende sia alle agenzie.

Ad esempio, appare del tutto superato, alla luce dei dialoghi in rete, l’approccio persuasivo basato sull’effetto speciale fine a se stesso, sui toni privi di un vero legame con il prodotto e soprattutto sulle promesse non sostenibili da un punto di vista di normale buon senso.

Questo per un semplice motivo: anche se ci sarà sempre qualcuno che si farà abbindolare da promesse vuote, è ormai evidente come fasce sempre crescenti di pubblico stiano sviluppando un atteggiamento fortemente critico e selettivo nei confronti dei “consigli per gli acquisti”, le conversazioni in rete lo testimoniano.

Inoltre, vedendo la questione da un punto di vista più ampio, quale miglior occasione di un annuncio tabellare per stimolare una conversazione, fornendone sia lo spunto sia la piattaforma per farlo?

A questo proposito, nel manifesto del marketing dell’ascolto ho inserito un riferimento diretto ed esplicito, che non rinnega la pubblicità, ma prova appunto a vederla con occhi nuovi:

6.
Le nostre campagne pubblicitarie sono un momento di scambio con i consumatori. Per questo mirano a creare complicità e coinvolgimento, evitando approcci imperativi.

In sintesi: anche nell’advertising, sia a livello concettuale che di linguaggio, non si può più prescindere dai crescenti livelli di consapevolezza e capacità di confronto del consumatore.

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Ok, sto scrivendo un libro. Sul marketing dell’ascolto (quella cosa su cui mi rompo la testa da un anno e mezzo).

Ho fatto una tag cloud di tutto quello che voglio metterci dentro.

Non è un glossario sul web 2.0, ma l’insieme dei concetti che stanno alla base del marketing dell’ascolto.

Mi aiutate a capire cosa ho dimenticato, o magari cosa ho sbagliato, e in genere cosa ve ne pare? Il libro ha un’impostazione un po’ più ampia di questa serie di voci, ma questo blocco di concetti è un po’ il suo cuore. Grazie mille!

(E scusate se non metto i link, ma è un post di servizio, anzi di auto-aiuto, come quelle cose tra alcolisti…)

aggregatore
alert
ascolto
aziende con le orecchie
blog
blogosfera
carrefour
cccvnp (kotler’s improbabile sigla)
ceo blog
coda lunga
comunicato stampa
controllo, perdita del
contenuto
conversazione
cluetrain manifesto
community
concorrenza
conversazione
creative commons
crederci
critiche
desmoblog by ducati
edelman
embed
english cut
enterprise 2.0
evangelista
feed
fiat
flickr
folksonomia
fake
friends
global microbrand
godin seth
gratis come dono per la rete (prima dare, poi ricevere)
human resources
investimento (tempo, energia)
kriptonite
lifestreaming
linguaggio
linkare, linkare, linkare
liveblog
macleod, hugh
marketing reloaded
microblogging
minoli federico
mosaico arredamenti
motori di ricerca, importanza dei
multicanalità
naked conversations (business blog)
networking
nome del blog
one-to-one marketing
open source
partecipazione
passaparola
passaparola negativo
pazienza
perché
permanenza delle conversazioni in rete
permission marketing
pubblicità nell’era del markeitng dell’ascolto
quelli che bravo
referrals
reputazione online, personale e aziendale
roberts, kevin – kr connect
ROI – Return of Investment o Return on Influence?
schwartz, jonathan
scoble, robert
scobleizer
seo
share
slideshare
social network
societing
stickiness
stormhoek
streaming
technorati
tag
tempestività
tono di voce
trasparenza
user-generated content
virale
virtual workspace
weinberger, david
weil, debbie
wiki
wikinomics
wordpress
youtube

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Io penso di essere stato fortunato.

Sono entrato in pubblicità nel 1986, ho visto all’opera (alcuni da vicino) i maestri che hanno fondato questa professione in Italia, gli Armando Testa, i Marco Mignani, gli Emanuele Pirella, i Michele Goettsche.

Gente che “faceva” l’agenzia in un modo che non è più immaginabile.

C’era un fascino incredibile nel fatto che una persona creasse una scuola di comunicazione in grado di manifestarsi sempre, anche attraverso la pubblicità dei prodotti e dei marchi più diversi.

Una campagna di Armando Testa non era mai era una campagna di Pirella, e una campagna di Mignani non era mai una campagna di Sandro Baldoni ecc.

(Avevamo un bel dirci che l’agenzia non doveva avere uno stile, che lo stile giusto era solo quello del cliente, non era vero nulla. La forza e l’intelligenza di questi personaggi era tale da creare efficacia comunicativa perfino personale).

Perché tutto questo amarcord?

Perché Barbella è uno di loro, e leggendo il suo libro si ritrova a ogni riga quella potenza elegante dei comunicatori forti, e io me la ricordo bene perché mi bevevo le sue bodycopy (anche quelle di Borsani veramente, che comunque lavorava con lui in CPV, e quelle di Mignani per Voiello, e quelle di Baldoni per Pioneer).

Quindi la mia recensione non è obiettiva, perché emotivamente coinvolto nelle piccole-grandi epiche pubblicitarie narrate.

Comunque, penso che lo sguardo di Pasquale sulla pubblicità e sull’Italia valga in pieno l’acquisto di “Confessioni di una macchina per scrivere”.

E se siete dei copywriter agé come il sottoscritto non potrà non divertirvi leggere che siete (anzi siete stati, dato che queste righe per il Dizionario della pubblicità e comunicazione risalgono al 1988):

Convulso cacciatore di metafore.

Scrittore biodegradabile e quindi riciclabile.

Fiero avversario, e vittima, di test e ricerche motivazionali.

Estimatore dei premi assegnati con serietà.

Incline a confondere il cinema con la vita e la vita col cinema.

E soprattutto, Barbella associa la nostra professione (anche se per contrapposta visione) alla puntigliosa serietà del tecnico Faussone, nel mio amato libro La Chiave a Stella di Primo Levi .

“Confessioni” in una frase:

Se anche voi, in fondo, pensate che “un sistema di comunicazione fondato sulla sciatteria porti a conseguenze funeste”, siete pronti per le belle pagine di Pasquale Barbella.

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Notizia appresa stasera: nell’agenzia pubblicitaria che ha creato, per un proprio cliente, un’applicazione per Facebook da oltre 500.000 adesioni è stato interdetto l’accesso al social network a tutti. Forte no?

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Marketing Reloaded, il gruppo del Politecnico di cui sono evangelist e me ne vanto, ha presentato ieri la sua ricerca

Il Consumatore è Mobile, il Marketing e i Servizi lo inseguono.

Qui l’agenda dell’evento e qui un articolo esaustivo, comprensivo dei risultati della ricerca punto per punto.

Personalmente, non ho dubbi che il mobile sarà protagonista assoluto di tutto, nei prossimi anni.
Sui messaggi per questo canale ho scritto questa presentazione, il mese scorso.

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