— oh my marketing!

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Meme o non meme? Meme. Una simpatica maledizione, che stavolta arriva da Marco-che-sta-scrivendo-un-libro-e-anche-il-blog-speriamo-che-cominci-a -postare-almeno-l’indice-così-vediamo-se-è-bello:

What is marketing doing (in 2008)?

Risposta:

*business as unusual*

Ogni riferimento a fatti avvenuti NON è puramente casuale…

E ora, che la maledizione si abbatta su Mauro e Blurb.

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Anzi, la blogger.

Ma andiamo con ordine.

Senza crederci troppo, più per curiosità che per altro, lanciai una piccola sfida a un pezzo di blogosfera italiana, quella che segue la creatività pubblicitaria: trovare il nome per una cucina.

Il gioco era: non per denaro ma per gioco, e anche per mettersi un po’ in mostra.

Il post originario sul blog di Febal Cucine (l’azienda cliente della mia agenzia) è qui, il post di ohmymarketing, invece, qui.

La risposta è stata incredibile, le proposte quasi 300, i commenti numerosissimi, il cliente felicemente stupito da tutta questa attenzione.

Non sono mancate alcune polemiche, forse anche comprensibili per certi aspetti, a cui ho cercato di rispondere al meglio che ho potuto, ma la verità è che non ci aspettavamo una risposta così, ci siamo trovati impreparati a tutto, anche alle critiche.

E il nome della cucina è stato scelto proprio tra quelli proposti dai blogger: Wendy. Qui l’annuncio ufficiale.

A questo punto, ci è sembrato giusto riconoscere concretamente tutto questa collaborazione spontanea. Ci abbiamo pensato un po’ poi abbiamo deciso, noi di Monkey Business, di dare un premio in denaro alla blogger Arianna, che ha proposto il nome scelto. Non una cifrona, ma un assegno che ad Arianna ha fatto piacere.

Da parte mia, sono contento di aver contribuito a scrivere questa storiella 2.0, vincendo qualche paura e sfidando un po’ – a rischio di una figuraccia con il cliente – le convenzioni.

Adesso posso farlo io un titolo?

Adv 2.0. Business as unusual.

Eh.

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Una volta c’era Mike Bongiorno, l’altra Pippo Baudo.

Mi chiedo come mai gli italiani dopocena si mettano su Internet.

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Ho aggiornato i consigli inutili per giovani creativi con un paio di cose:

18.
Mettetevi su Elance.com e inserite questo sito nel vostro modello di business. Come, non avete un modello di business?

19.
Datevi. Un. Vostro. Modello. Di. Business.
Sì’, vostro, non quello della società dove lavorate, o quello di vostro zio direttore creativo. Vostro.
Hugh Macleod ha detto: 60 milion blogs, 60 milion business models. (Nel frattempo sono diventati 80, cioè 20 milioni di concorrenti in più).

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Sono socio del “Maggiore Club Classic“.

Fin qui niente di strano, lo sanno tutti che sono un tipo figo.

E’ una tesserina che mi è arrivata dopo aver fatto due noleggi.

Adesso ricevo una lettera che mi dice:

Non rinunciare ai vantaggi che il Club ti riserva!

La tua carta, infatti, se non utilizzata entro marzo 2008 sarà automaticamente disattivata.

Automaticamente attvata, automaticamente disattivata. Hanno fatto tutto loro.

Ma – dico io – non sarebbe meglio che pensassero a delle strategie un po’ più intelligenti, invece di sprecare carta, plastica, ore di lavoro, spazio nella borsa del postino, la mia attenzione ecc ecc

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Qaulche giorno fa Mymarketing.net, adesso Marketing Journal, il quotidiano online del Club del marketing e della comunicazione. Grazie!

(Riportano anche il manifesto del Marketing dell’Ascolto (7 punti per le aziende), cioè il cluetrain all’amatriciana che mi sono inventato io. Che bravi).

flowers

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Giona Maiarelli (qui il link al suo studio) è un mio caro amico, oltre che un graphic designer con la G e la D maiuscole.

Dopo avermi suggerito di fare il copywriter una sera a Pordenone, tanti anni fa, è andato a lavorare con Milton Glaser a New York, ha aperto studi a Bologna e Long Island, ha lavorato per Alice (poi diventata Lowe) a Parigi.

Detto così sembra facile, o un figlio di papà, invece no, Giona io l’ho visto fare tutto questo con le sue sole forze (leggi: passione per il suo lavoro e olio di gomito).

Adesso vive negli Usa, da dove ci manda queste righe sul suo paese, l’Italia, in commento a quanto scritto dal nytimes.

Ditemi se non vi viene da alzarvi e spaccare tutto quando leggete del funerale di Enzo Biagi.

[Altri spunti per la conversazione qui e qui].

L’articolo del New York Times sull’Italia, che tu ed altri avete commentato sul tuo blog, fa, secondo me, una radiografia accurata della situazione del nostro paese. Da un po’ di anni la metafora che mi viene in mente pensando all’Italia e’ quella di un limone spremuto, un paese che ha gia’ dato il meglio di se. Un po’ di succo rimane naturalmente.

E infatti alla domanda che tu poni: “Ce la faremo?” rispondo di si. Si perche’ 2000 anni di storia sono una zavorra, ma anche una risorsa formidabile, si perche’ la cultura e l’intelligenza non si insegnano neanche nelle piu’ esclusive universita’ americane, si perche’ gli italiani hanno il raro dono della flessibilita’ e sanno pensare con la propria testa quando vogliono. E poi succede ancora, per fortuna, che quando dico ad un americano appena incontrato che sono italiano, mi guarda con gli occhi stralunati che dicono: “ma che cazzo ci stai a fare qui”? I tempi e le modalita’ di questa riscossa non riesco ad immaginarli; magari esistono veramente i corsi e ricorsi della storia e allora siamo a cavallo.

Il presente pero’ caro Massimo non offre un bello spettacolo. Sono contento che tu sia riuscito a circondarti di persone positive, ma a me pare che ci sia una depressione diffusa in Italia e vedo un sacco di gente che si barcamena, ma nessuno che ha un vero progetto politico, sociale, economico o culturale capace di suscitare entusiasmi. E senza dei progetti, lo sai, e’ piu’ difficile alzarsi la mattina. Anche per una nazione.

Prima di scrivere queste due righe ho fatto un sondaggio, rigorosamente non scientifico, con amici connazionali che vivono a New York e dintorni e, come me frequentano l’Italia per lavoro, e tutti hanno confermato di aver letto e approvato l’articolo in questione.

Del resto lo sapevo gia’ perche’ con loro prima o poi si va a finire su quell’argomento e gia’ da qualche anno commentavamo con sgomento lo spettacolo di un paese stregato dal calcio e dalla televisione, la politica asfittica, il fenomeno dei giovani che non si emancipano dalla famiglia, eccetera, la lista e’ molto lunga.

Queste osservazioni sull’Italia le fanno anche gli amici italiani che vivono a Londra, Parigi, Spagna e…in Italia. Mia sorella si occupa di editoria e mi parla di statistiche sulla lettura in Italia sconfortanti (e allarmanti).

Un mio amico bolognese e’ andato a Milano qualche settimana fa per portare omaggio alla salma di Enzo Biagi; un gesto semplice, sincero, di una persona che
non ha molto tempo per se, perche’ ha famiglia e conduce una piccola azienda: la camera ardente era chiusa per pausa pranzo. Ma quanti Enzo Biagi ci sono in Italia che ci possiamo permettere di chiudere la camera ardente perche’ il guardiano deve andare a mangiare l’insalatona al bar?

Qualche settimana fa ho incontrato a New York una mia amica italiana, un imprenditrice molto nota a livello internazionale nel campo dell’arredamento e del design, che mi ha detto che lei ha smesso di lavorare con designer italiani. All’estero, sopratutto i giovani, sono piu’ creativi ed ingegnosi, non si aspettano che qualcuno risolva i problemi per loro, ne che fama e successo vengano offerti loro su un vassoio d’argento.

Certo, ci sono molte eccezioni: gente in gamba, che si da da fare e lavora con intelligenza; li conosco, ci lavoro assieme. E’ grazie a loro che l’Italia ce la fara’; ma non e’ l’Italia visibile di oggi, la loro voce non si sente, forse non stanno parlando,
forse stanno aspettando il momento propizio.

Poi c’e’ il fatto che e’ un paese con un gran numero di anziani e c’e’ il problema dell’immigrazione; non e’ certo colpa degli italiani ed e’ un problema comune a tutta l’Europa, ma e’ evidente che l’Italia non era ne’ strutturalmente, ne’ culturalmente preparata ad affrontare dei fenomeni di questa portata. E il disagio e’ palpabile. Il razzismo e il diprezzo mi offendono, ma non posso che restare in inbarazzato silenzio quando persone che reputo tolleranti e civili mi riferiscono di episodi che ledono la dignita’ dei cittadini, quando non l’incolumita’ fisica.

Quest’estate sono stato in Spagna. So che la Spagna e’ un paese di moda, sopratutto in Italia, ed ora capisco perche’ piace tanto; perche’ e’ un paese con un anima antica, che ha radici profonde, ma anche un paese moderno, con delle belle infrastrutture, e un impronta europea (dove per europeo si intende ovviamente centro-nord). Ecco, mi e’ sembrata una nazione che ha un progetto, che ha mantenuto quello che andava conservato ed ha abbracciato il nuovo senza timore. Ero ospite di colleghi ed ho potuto osservare da vicino le dinamiche della mia professione: Madrid e’ decisamente piu’ vicina a Londra che non a Roma.

Mi chiedo se l’avvento dei voli a basso costo non abbia contribuito a questo stato di insoddisfazione diffusa: oramai sono tanti gli italiani che hanno visto le capitali europee. E magari sono tanti gli italiani che si sono accorti che forse si puo’ vivere in un paese dove i cittadini pagano le tasse, i servizi funzionano, esiste un vero ricambio politico.

Non so quale possa essere la soluzione “italiana”.

Dubito che il “Made in Italy” citato nell’articolo possa essere, da solo, una soluzione: ma non e’ quello che abbiamo fatto fino ad adesso? Solo poche aziende sanno muovere le leve giuste, reinterpretarlo in modo accattivante; molti altri hanno un idea antiquata e, con tutto rispetto, un po’ becera del Made in Italy: Pavarotti e la Ferrari.

Questa Italia ha perso un po’ di smalto. Sai qual’e’ l’idea italiana che sta conquistando l’America? Slow Food. Ecco un’idea profondamente italiana, ma dinamica, in costante evoluzione, pronta a cooptare il meglio che le culture di tutto il mondo hanno da offrire, non chiusa in se stessa.

Scusa se mi sono dilungato senza dire nulla che non sia stato gia’ detto; come disse quel burlone di Mark Twain: se avessi avuto piu’ tempo sarei stato piu’ breve.

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Avevo scritto che avrei raccolto qualche testimonianza di prima mano sull’argomento “Italia: ce la faremo?” (articolo del nytimes sull’Italia depressa ecc).

Il discorso è stato ripreso (oltre che da varie persone su questo blog, grazie a tutti, anche a chi si candida a imperatore…) da Mauro Lupi, nel suo post di inizio anno, e Andrea ha commentato in modo secondo me molto interessante.

[Andrea Andreutti, da poco divenuto director of interactive services di Cheil, è un riferimento importante della blogosfera italiana. Quando non è in viaggio di lavoro in oriente, scrive per Samsung un corporate blog spesso citato ad esempio. Il suo blog personale è qui].

Mi ha autorizzato a riprendere le sue parole:

E’ ora che l’Italia esca dall’immobilita’ che l’attanaglia da troppo tempo. E’ una situazione di torpore alla quale pericolosamente una parte della popolazione si sta abituando, spesso influenzata dal troppo consumismo palliativo (utile per “consolarla” da altre ben piu’ importanti mancanze di stimoli) e dal solito infinito e poco produttivo ping-pong tra sinistra e destra, che porta poco o nulla a un paese che sembra avere sempre meno da dire.

Anche a me preoccupa vedere che molti giovani (fortunatamente non tutti) sembrano aver buttato la spugna gia’ a 25 anni, rifugiandosi a volte per convenienza, a volte per necessita’, sotto le ali (e il portafoglio) di mamma e papa’.
Ogni tanto poi mi capita di incontrare ragazzi che a fronte di piccoli e temporanei sacrifici pretendono successo e soldi immediati.

No, purtroppo non funziona cosi’ (almeno fuori dai format televisivi o le riviste patinate), anche se piacerebbe tanto anche noi quarantenni, che probabilmente saremmo gia’ su una bella spiaggia ai tropici a goderci il sole tutto l’anno.

Il paese deve cambiare e deve cambiare anche il modo di fare business: vale nell’industria come nel mondo della comunicazione e dell’advertising dove troppo spesso si invoca il cambiamento solo fino al momento in cui non mette a rischio i nostri interessi o rischia di modificare i meccanismi oliati che siamo sicuri garantirci fatturato.

E qui non ci sono giovani che tengono. Qui dobbiamo metterci in gioco tutti noi.

Pero’, come anticipavo, so che c’e’ anche una fetta importante di Italia che continua a credere con entusiasmo in quello che fa, mettere la propria esperienza a disposizione degli altri, farsi sentire quando trova qualcosa che non funziona, mettere a rischio del proprio (in silenzio) per andare avanti e provare a costruire un futuro ancora migliore.

Personalmente continuoa credere in questa Italia e sono convinto che sudando sette camicie ce la faremo ancora una volta, ovviamente al fotofinish.

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La penso ancora così, dopo 5 anni.

flowers

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Qualche volta temo che i giovani del nostro mestiere abbiamo un modello di business (per se stessi intendo) peggiore di quello delle agenzie che sono fallite mentre loro erano ancora al liceo. Se qualcuno è interessato ricordo i miei consigli inutili.

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