— oh my marketing!

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Marketing

Mentre presento il Programma CowoPass – un sistema che permette ai coworker di passare da un Cowo all’altro in modo semplice, economico, organizzato, in tutta Italia – mi rendo conto che questo sito è il mio primo e-commerce.

Cowo è per me un enorme, continuo, esperimento che mi fa imparare un sacco di cose.

Parte delle cose che so sulla rete e sui social media, le ho imparate cercando di far conoscere Cowo.

Il libro che ho scritto è basato in buona parte sull’esperienza di comunicazione di Cowo. Idem per gli e-book della serie “Marketing Horror”.

Le persone che mi hanno aiutato con l’ecommerce, e più in generale il team che lavora con me, l’ho conosciuto grazie a Cowo.

Se tutto questo vale qualcosa, allora sappiamo che la creazione del valore può passare dal coworking.

(Ah, dimenticavo, ho anche imparato come in genere all’inizio le cose non funzionino proprio benissimo… proprio come, erano i primi tempi di Cowo Milano/Lambrate, il WiFi smise di funzionare, anche CowoPass pare avere qualche bizza… keep calm, and carry on 🙂

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Sono tanti i motivi per cui penso che dovremmo tutti andare a mettere un chiodo nel nuovo #divanoXmanagua di Berto Salotti – cliente della mia agenzia, lo dico subito.

Mi pare quasi un dovere, partecipare a questo progetto di “costruzione condivisa” di un prodotto, con finalità formative verso i nostri giovani, e solidali verso i giovani di una parte sfortunata del mondo… ed ecco perché.

– Perché la co-creazione è uno dei punti fermi del marketing come si fa oggi, e dei nuovi scenari di consumo (son passati sei anni da quando l’ho letto la prima volta su Marketing Reloaded)

– Perché è un modo di valorizzare il lavoro artigiano italiano, in modi lontani dalla retorica (fare, non parlare) e dagli stanchi modelli del Made in Italy

– Perché punta sul futuro: il team di lavoro sarà costituito da tutti coloro che vorranno partecipare, ma avrà una componente fissa di studenti futuri artigiani + maestri con 40 anni di esperienza

– Perché ha un’anima solidale, prevede infatti di vendere il divano all’asta e devolverne il ricavato – tramite Terre des Hommes Italia – a una scuola per falegnami in un luogo dove i giovani non lottano solo per il lavoro, ma anche per la legalità, i diritti di base e spesso la vita stessa: il Mercado Mayoreo di Managua (Nicaragua)

– Perché aiuta l’economia di un territorio che ha data tanta ricchezza e lustro all’Italia, quindi a tutti noi: la Brianza

– Perché tutto questo viene da un’azienda, ed è straordinario, a mio parere, che ci siano imprenditori capaci di innovare – insieme al proprio business – pezzi di società che in un mondo ideale dovrebbero essere di area pubblica, per quanto incidono su economia, formazione, attenzione al territorio

Questo per dire che il 31 gennaio a Meda – e in tutte le successive date – la mia presenza non sarà solo professionale. E’ la fortuna di avere un lavoro che piace, e dei clienti che lo sanno valorizzare 🙂

Ora vi lascio con le parole di Paolo Ferrara, di Terre des Hommes, che vi descrive l’operazione.

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Basta ricordarsi che l’unica cosa che conta nel lungo termine è la relazione.

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Cowo è un pezzo della mia vita, da diversi anni. Domani parlerò al terzo Coworking Camp nazionale, a Milano.

L’argomento è “La dimensione economica del coworking”, tema che mi ricollega dritto dritto a quanto già detto sulla sostenibilità.

Domani proviamo a volare alto, magari ci stacchiamo da terra.

Magari scopriamo che un mondo migliore può cominciare dalla tua testa, dalle tue mani. Dal tuo ufficio.

Grazie a tutti quelli che ci saranno e a quelli che vorranno darmi il loro parere, di qualsiasi tipo, su queste slides e sull’idea Cowo in generale.

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Quello che mi ha sempre affascinato della pubblicità – fin da quando ci sono entrato, nel 1986 – è il paradosso che costringe le marche a comunicare.

Semplicemente, un brand deve comunicare per essere tale, di qui la pubblicità con i suoi messaggi, toni di voce ecc.

Da questa strana condanna (del resto è stato studiato che “non si può non comunicare”) nascevano i brief più assurdi e a volte incredibilmente stimolanti.

Con la comunicazione online, in fondo, non è molto diverso. I brand ormai sanno che devono essere sui social network.

Con la differenza che senza campagna pubblicitaria lasciavi la tua nicchia in silenzio, senza presenza online la tua nicchia la prende un altro.

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Mi accorgo adesso che nel novembre scorso a Ecomondo, durante la presentazione dello “smart building” Pandora, mi hanno girato questo video.

“Girato” è la parola chiave, perché ero proprio… girato dalla parte sbagliata!

Spero che i concetti espressi emergano lo stesso (l’ultima parte del video per fortuna lascia la mia schiena per inquadrare le slides). In ogni caso, la presentazione è visibile qui.

Grazie al Vega (che, lo ricordo, è anche uno spazio di coworking Cowo) per questo contributo!

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Senza i miei coworker non ce l’avrei mai fatta. (E posso dire questa frase per un sacco di cose, ormai).
Grazie.
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Non ci posso credere. Prima il sito di un gruppo di consulenti, poi una brochure aziendale.

Lo stesso testo ripetuto in tutte le pagine (nel primo caso la biografia di un consulente era la stessa di tutti, nel secondo le origini dell’azienda in tutte le pagine, compresa quella del catering).

Di fronte a una sciatteria tale, non posso che trarre una conclusione: finto testo = gente finta.

Voi cosa pensereste di uno che, dopo avervi stretto la mano, risponde la stessa cosa a qualsiasi domanda gli facciate?

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L’ho letto, l’ho riletto, poi l’ho regalato. L’ho consigliato, l’ho fatto leggere. Ne ho comprati ancora, che ho dato ai miei collaboratori. Un giorno che avevo un dubbio, ho comprato al volo la versione ebook, e poi ho messo in giro anche quello.

Ho portato con me questo libretto per quasi tutto l’anno (era il 1° marzo quando lo misi sul comodino), e ancora adesso è qui accanto al mio computer, sulla cui scrivania è peraltro ben piazzata anche la copia digitale, in pdf.

Per me, il bello del lavoro online ha molto a che fare con l’estendere la rete.

Con questo intendo dire che sono particolarmente attratto dai modi, lavori, opportunità di portare rete dove non c’è.

“Portare rete” significa anche usare strumenti nuovi, strumenti in grado di modificare i modi in ci ci si relaziona l’uno con l’altro, e Twitter – come sa bene chiunque si sia mai avvicinato a questo social network – è così diverso da risultare addirittura spiazzante.

In tutto questo, un libro come quello di Federica Dardi,  aka @elisondo è un bell’aiuto: insegna, spiega, avvicina, aiuta, accompagna, suggerisce, risponde, stimola, diverte.

Personalmente, è l’approccio che preferisco, quello più utile a chi con queste cose ci lavora (come il sottoscritto) ma anche più corretto verso chi queste cose le vorrebbe mettere nella giusta prospettiva: quelle di strumenti utili a farci qualcosa…

Insomma, alla domanda tipica di chi non riesce a “entrare” nello spirito di Twitter, ora c’è una risposta: un libretto blu edito da Apogeo e scritto da una blogger che ama i libri e ne studia presente e futuro.

Dimenticavo… la mia solita frase che riassume il libro:

Prima di giudicare frettolosamente un modo di comunicare che avvicina  qualcosa come 460.000 persone al giorno tutti i giorni, concedetevi il lusso di capirlo in un modo che non richiede nessuna fatica: un libro scritto bene.

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Sono un copy, ma sono orgoglioso di aver lasciato la sceneggiatura di questi film ad altri.

Li ho lasciati ai fondatori di Berto Salotti, che li hanno scritti – senza saperlo – lavorando per 40 anni la pelle, i telai in legno massello, i bottoni dei divani.

Io ho solo suggerito che anche il marketing si può fare con le mani.

E poi abbiamo girato.

Complimenti a un’azienda artigianale che ha saputo percorrere le strade del web tra i primi in Italia, e che ha onorato la mia agenzia di un incarico che ci emoziona e coinvolge: il progetto #percheberto.

Ho sempre pensato che la comunicazione migliore sia artigianato, e non dimentico mai l’ispirazione che ci ha dato un grande maestro della comunicazione, Pasquale Barbella, citando – come riferimento per il nostro lavoro – La chiave a stella di Primo Levi e la figura del tecnico maniaco del lavoro ben fatto, Faussone, nel suo libro Confessioni di una macchina da scrivere.

Nel nostro piccolo, proviamo anche noi ad essere all’altezza di un lavoro importante quale la comunicazione.

[Regia Dario Figoli – produzione Uaz Production]

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