— oh my marketing!

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Marketing

Salvatore Aranzulla[Disclaimer: non lavoro per Aranzulla, non lo conosco e non ho alcun interesse diretto nelle sue attività]

Lavoro con tante persone, da tutte imparo.

Da chi è più giovane e inesperto cerco di carpire l’entusiasmo, l’energia e una visione diverse delle cose.

Da chi ne sa più di me apprendo tutto ciò che posso, cercando di non fermare mai l’evoluzione delle competenze.

Saperne di più è la croce e la delizia di chi fa marketing online (a me piaceva anche quando facevo la pubblicità classica, mi divertivo un sacco a leggere i libri, sempre un po’ romanzeschi, dei grandi pubblicitari).

Mi scuseranno tutti questi professionisti se oggi faccio un post di elogio a qualcuno che – al contrario di loro – non lavora con me.

Salvatore Aranzulla.

Il divulgatore informatico per eccellenza, quello che tutti, negli anni, almeno una volta abbiamo raccomandato con la tipica frase “vai su Aranzulla, lì trovi tutto”, per non dire delle volte che noi stessi lo abbiamo consultato.

Quando ho saputo che si presentava direttamente con una giornata di formazione, ho pensato:

Con tutto quello che ci ha insegnato, gratuitamente, negli anni, il prezzo del biglietto (97 euro) glielo devo. E in più faccio una giornata di formazione con una persona che mi incuriosisce molto, per aver saputo evolvere – giorno dopo giorno, articolo dopo articolo, attività dopo attività – da persona a professionista a personaggio.

Il tutto – sembrerebbe – senza perdere di umanità e senza montarsi la testa.

Quindi grazie Salvatore. Ci vediamo il 10 novembre all’Aranzulla Day.

Aranzulla Day a Milano

 

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Mi sono comperato un divano.

Da un imprenditore che conosco, con cui ho condiviso molte riunioni, riflessioni, telefonate, progetti, momenti, valutazioni.

Conosco quel che c’è dietro questo divano. Più volte ho stretto le mani di coloro che li fanno.

Ci lavoro, da anni. Un po’ delle cose che fanno, le penso insieme a loro.Divano Berto

Per me l’acquisto di questo divano ha un senso.

Un senso dato dalla conoscenza reciproca, dalle informazioni che posso apprendere in rete, dal dialogo (reale) che l’azienda porta avanti.

Capisco il valore, comprendo le ragioni del prezzo. Condivido – perfino – alcune scelte specifiche, vicine alla mia sensibilità.

Tutto questo dà senso al mio acquisto, mi fa stare bene.

Ma non scrivo questo post per fare pubblicità gratuita a un mio cliente, Berto di Meda.

Lo scrivo perché sono stufo di comprare roba che non ha un senso vero, le cui marche sono intercambiabili, che non riescono a costruire per me uno straccio di valore, che non sia un quarto di centesimo in meno sugli SMS per l’Azerbaijan e simili.

Semplifico?

Forse, ma è la mia vita, sono i miei soldi. Semplificare le scelte d’ acquisto fa parte dei miei programmi.

Forse non è nemmeno giusto parlare di “Semplificare”, perché per una cosa sensata sono disposto anche a complicarmi la vita.

Esatto: la parola chiave è “Senso”.

Cari brand, cari comunicatori, caro mercato: quello che voglio da voi è: prodotti con un senso. E buon Natale.

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Non sono più tanto abituato a parlare di marketing, per tre motivi:

  1. Da tempo non faccio più formazione, non come quando lavoravo insieme a Web Marketing Garden e facevo corsi e lezioni
  2. Sono troppo occupato a farlo per Rete Cowo® Coworking Network
  3. Più che andare a parlare mi diverto a scrivere e a sperimentare, in fondo non mi sento un divulgatore ma uno che prova e sperimenta

È anche per questo che è stato un piacevole diversivo andare a chiacchierare – spero in maniera spero non troppo strutturata e formale – alla serata organizzata da Faberlab Varese il 14 luglio scorso.

Queste occasioni per me sono sempre l’occasione di “fare un punto” su tante cose, e non c’è come un sano confronto diretto, mettendoci la faccia, per capire se quello che pensi ha un senso.

E poi c’è la Rete, dove pubblico sempre quello che porto in giro, e questo è il secondo reality check (vedi qui sotto la presentazione discussa quella sera).

E a proposito di check, mi è venuta la curiosità di andare a vedere come andava su Slideshare il “Corso completo di Web Marketing”, una piccola pazzia di 1.108 slides che abbiamo pubblicato anni fa con Roberto Ghislandi e Sean Carlos: beh, 120mila visualizzazioni e 12mila download sono un bel test (anche perché non ho ricevuto critiche né uova marce!).

😀

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Mi è capitato di sentirmi chiedere: “perché lavori così intensamente, per i clienti?”

Se devo dare la risposta più intimamente vera, è questa: perché per me i clienti non sono clienti, sono persone con cui costruisco il mio futuro.
Monkey Business Massimo Carraro

Per questo motivo, nel lavoro con Monkey Business e con Rete Cowo®, non considero mai di avere clienti: è un termine che non mi dice niente, fa pensare a un tipo di rapporto che non mi interessa. Ai clienti vendi qualcosa, e il cotè commerciale non è mai stato il mio forte.

Quello che mi affascina è costruire. Un progetto, una cosa che si tocca, o un’idea che fa parlare, per quanto è bella, attrae, stupisce.

Non sempre loro lo sanno, non sempre (anzi mai) questa cosa è esplicitata, ma quelli che pagano le mie fatture hanno l’enorme responsabilità di farmi crescere, come professionista e come uomo.

Per questo mi aspetto tanto, e per questo ritengo di dover dare tanto.

Coworking CowoIn quello che facciamo insieme, io ci metto un sacco di futuro. Per me e per loro.

Credo sia grazie a questo che sono riuscito, con l’aiuto di un team di collaboratori di qualità, a sviluppare progetti di cui – scopro – si parla in giro.

Grazie a questo, ho sviluppato con pazienza e perseveranza rapporti che vanno oltre gli incarichi, rimangono a lungo ricchi di senso, continuano a crescere.

Sono profondamente grato a chi ha fiducia nella capacità professionali che esprimo e accetta di lavorare con il mio team: un po’ come accade nel coworking, sono portato a pensare che ciò che inizia con un incarico di lavoro è un pezzo di vita, e di solito è così. Spesso mi rimane dentro molto dopo, e continua a dare buoni frutti.

Il lavoro è un’avventura umana.

Non è certo una questione di clienti, per quanto mi riguarda. 

 

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Massimo Carraro al FaberlabIl pensiero torna a quando ho creato questo blog:

OhMyMarketing – Il marketing visto da un copywriter

Sono passati un sacco di anni e un sacco di post, la rete è diventata il mio lavoro, ho scritto un libro e fondato un network (di cui Faberlab fa parte).

Ed oggi mi ritrovo davanti a un microfono e a un gruppo di persone che escono di casa e vengono a sentire… il marketing visto da un copywriter.

Grazie per questo invito – è un piacere tornare da voi – e arrivederci a dopodomani 14/7/2016 alle 20.45, in viale Europa 4a a Tradate – Varese 🙂

L’incontro è gratuito, previa registrazione: qui la pagina Eventbrite – qui la pagina evento su Facebook 

Faberlab ospita Massimo Carraro

 

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Al Coworking Cowo®Milano/Lambrate nuova stamapnte 3DAnche il coworking Cowo®, come tutti i progetti con i piedi per terra, deve fare i conti con l’aspetto economico dell’attività.

Chi segue il nostro lavoro sa che il nostro approccio è quello di massimizzare le relazioni, non il profitto: questo non perché siamo dei ricchi figli di papà che non hanno bisogno di guadagnare, piuttosto perché crediamo in un modello sostenibile, che sia profittevole NON a scapito delle relazioni.

Nel modello Cowo® – dice il CowoManifesto – il profitto economico viene dopo la relazione, al secondo posto.

E se nel 2015 avessimo bisogno di guadagnare di più?

L’esperimento parte in questi giorni al Coworking Cowo®Milano/Lambrate, che ho il piacere di gestire direttamente, nell’ambito della sempre più numerosa e attiva rete di spazi di coworking Cowo®.

Ecco la scommessa che facciamo per il 2015: se la vinciamo, i nostri coworker pagheranno di meno e noi guadagneremo di più.

1 – i prezzi delle postazioni scendono da 250 euro/mese a 180 euro/mese (da 1200 euro/semestre a 972 euro/semestre)

2 – nascono alcune nuove postazioni, con minori servizi, a euro 100/mese o 540 euro/semestre

3 – l’utilizzo dell’area meeting del nostro Cowo®, finora compreso nel prezzo delle postazioni, viene scorporato e proposto a pagamento, con due fasce di tariffe, per coworker residenti e nomadi esterni alla community

4 – l’area meeting verrà proposta anche all’esterno della community

5 – entra al Cowo® una stampante 3D, con il preciso scopo di incrementare il valore dello spazio, sia per chi ne fa già parte, sia in chiave di attrattività/marketing

Ultima considerazione: forse il coworking, con le sue caratteristiche di mutevolezza, leggerezza, assenza di vincoli, dinamismo e senso del networking è un modello da considerare anche più in generale, su un piano imprenditoriale.

Monkey Business, la mia società, lo ha capito intuito anni fa, e cerca di muoversi sul mercato della comunicazione con le stesse logiche di sostenibilità ed eccellenza che… ha imparato dal coworking.

[Sul rapporto tra sostenibilità e profitto, tra marketing e modelli imprenditoriali ho già fatto un pensierino in questo post, di qualche anno fa].

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Rispettivamente:

1. il coworking come parte della smart city (Milano, 28/5/2014)

2. Il coworking come parente stretto dell’autoproduzione (Varese 22/5)

3. Il coworking come esperienza di comunicazione (Milano, 28/6)

Enjoy! 🙂



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Dice Paolo Conte:

Chi sono non lo so, ma se me lo dicono lo so.

Ieri alla radio mi hanno definito “un esperto di marketing in rete” e allora ecco qua l’intervista e ditemelo voi 🙂

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Ho la fortuna, con Monkey, di essere coinvolto nel progetto di rilancio della manifattura italiana Design-Apart, che presto disvelerà le sue meraviglie alla città di New York (angolo 25th and 6th)

Questo video è un esempio splendido di storytelling artigiano, come e meglio dei video Made by Hand che ammiriamo tutti: bravi ozeta!

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Recensione The Filter Bubble

Mi sono interessato a “The Filter Bubble” dopo aver letto l’articolo di Marco Massarotto uscito nell’agosto scorso su Chefuturo!

Sul libro  – pubblicato in Italia da Il Saggiatore con il titolo “Il Filtro” – è stato scritto molto, e leggendo la recensione di Luca De Biase ho scoperto quelle di Cory Doctorow su Boing Boing, Evgeny Morozov sul New York Times e Jacob Weinsberg su Slate.

Il libro è un’analisi di ciò che il web potrebbe rappresentare ( oforse rappresenta già) per tutti noi: non più occasione di crescita, aperta e condivisa, ma filtro, filtro pernicioso e strumento di differenziazione informativa, quindi – in ultima analisi – di discriminazione.

La tesi è che su Internet sempre più ci viene mostrato solo ciò che attiene ai nostri interessi – cosa che rendiamo nota attraverso ciò che pubblichiamo e i siti che visitiamo – e tutto questo finisce per creare una enorme distorsione nella nostra percezione della realtà.

Questo non solo da parte nostra, ma anche da parte di chi gestisce le informazioni, e le propone/vende ad altri, suggerendo implicitamente conclusioni sul nostro conto non  corrette.

Un esempio? La faccio un po’ sempliciotta, ma non credo di sbagliare di molto:

Secondo Pariser, se su Facebook sono amico di qualcuno che ha avuto problemi a rimborsare un pagamento rateale, un ente finanziario che utilizza banche dati provenienti dalla rete potrebbe ritenermi un cattivo pagatore, e rifiutarmi un credito, sulla base di queste evidenze.

Non male, no?

Eli Pariser ha vissuto tutto il web “bello”, facendo della rete lo strumento del suo attivismo civile, in qualità di fondatore del movimento americano Move On, e da  conoscitore delle dinamiche della rete vi ravvisa oggi (anzi, vi ha ravvisato nel 2011, data in cui è uscito il libro) dei pericoli piuttosto sostanziali.

Per difendersi da questa “bolla”, il sito filterbubble.com suggerisce, in un post del 2012, dieci cose che è possibile fare, mentre qui trovate alcuni suggerimenti di Vincenzo Cosenza.

Non so dire se il libro racconta uno scenario potenziale o descrive qualcosa di già reale; devo dire che, sommando la paurosa quantità di informazioni che immettiamo in rete tutti i giorni all’appetibilità di questi dati sul mercato, riesce difficile credere che il web si mantenga quell’ambiente aperto e libero come molti di noi amano credere.

Pariser racconta molto bene le sue tesi, e davvero questo libro fa riflettere, tanto più si è presenti in rete.

Tra le molte cose che mi sono piaciute, la carrellata sull’etica hacker – vera e propria matrice culturale di un preciso modo di pensare la Rete – e i tentativi di approfondire la conoscenza di quanto davvero Google potrebbe “farci male”, se volesse (fa impressione il passaggio dove Pariser fa capire, in modo nemmeno troppo velato, che forse certi aspetti sfuggono al controllo anche all’interno della stessa big G).
Da qui nasce spontanea la domanda: come essere sicuri di essere al sicuro?

Di seguito trovate anche il video della  presentazione al TED, mentre questo è il libro in una frase, come faccio sempre:

Se su Internet stai usando un servizio che non costa nulla, significa che il prodotto in vendita sei tu.

Come dicevano nel film omonimo, good night and good luck.

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